La rivoluzione che parte da dentro

Fino a quando il comportamento umano
sarà figlio della percezione illusoria,
individuale, dell’esistenza,

dell’illusione di un sé separato
che si autocolloca al centro

e percepisce come minaccia,
realtà a margine, o terreno
di propaganda e conquista, “l’altro”:
ovvero ciò che pensa essere
fuori di sé,

lasciare che gli io plaudenti
emanino direttamente i capi
(o peggio ancora ne siano soggetti)

senza mediazione di forze intermedie:
plurime e dialettiche correnti di pensiero,

significa lasciare che si consolidi una pura
struttura di massa del fascismo.

Sostenuta da una mera identificazione
di potenza e di tornaconto col capo,

nella quale il noi è solo l’esito falangista
e distruttivo del narcisismo individuale.

Per un leader positivo che appare
sono pronti 100 leaders negativi
o dei semplici benintenzionati (all’inizio)

che lastricano di buone intenzioni
le vie dell’inferno

e danno voce alle pulsioni tipiche
del meccanismo proiettivo
dell’io: un “ego first” che
si fa uomo-massa.

17 marzo: zazen

Per venire incontro alle esigenze di alcuni praticanti la giornata intensiva di zazen del 17 marzo si terrà a Rezzato, dalle 8 alle 13. Chi fosse intenzionato a partecipare ci faccia sapere entro venerdì sera. Alla pagina COMUNICAZIONI le modalità di contatto.

Il giorno dopo, domenica 18 marzo, all’eremo “La Lovera”, è prevista una giornata intera di zazen e koan, alla quale è possibile partecipare solo previo colloquio personale col responsabile. Sempre alla pagina COMUNICAZIONI le modalità di contatto.

Il filosofo e il convegno

A proposito del bel Convegno in questi giorni a Brescia sul pensiero di Emanuele Severino

Ciò che appare singolare quando si parla di Emanuele Severino non è l’accostamento, sensato, alla nuova Fisica ma il mancato accostamento con la filosofia buddhista, ambedue tacciati, tra l’altro, Severino e il buddhismo di essere alternativamente panteisti o atei.

Poi leggiamo frasi, addirittura titoli: “La legna non diventa cenere”, scritti da Severino che scopriamo essere le stesse parole di Dogen maestro Zen del 1200 per affermare le stesse ragioni, anche se fondate sull’esperienza meditativa, più che sull’attività speculativa. (Ragione questa, per ulteriori approfondimenti, semmai, invece che motivo di estraneità e immediato e liquidatorio tentativo di ignorare l’accostamento e la miniera di relazioni intercorrenti, di pensiero e di vita. Si veda, nel mio piccolo – e scusate l’autocitazione – il capitolo “L’acqua che scorre immobile”, pag.22-23, in Claudio Bedussi, La follia dell’onda, Edizioni Sotterranee, 2012 ).

Oppure vogliamo accostare l’espressione: “la questione dell’eterno come la manifestazione del divenire” (Antonio Gnoli, “L’eterno ritorno di Severino l’ultimo dei parmenidei”, La Repubblica, pag.37, Cultura, 1/3/18)

con il Sutra del Cuore: “Il vuoto è forma la forma è vuoto”,
con Hakuin Zenji: “dimorando nell’immobile che è il movimento stesso”?

Siamo d’accordo sulla “follia dell’Occidente”, preda del nichilismo, sull’Occidente ”come il luogo dove si è manifestato l’errore”, ma anche sull’Occidente come “errante”, in ricerca della Verità.

Se tuttavia non si coglie quanto di ausilio in tale ricerca potrebbe essere la ricerca e il pensiero buddhista (e non solo quelli, naturalmente), fondati su di una parola diretta emanazione di un’esperienza di vita, (quella sì che sfugge al nichilismo), temo che la ricerca occidentale della Verità si privi di elementi così importanti da dover rimanere a lungo sulla strada, per non dire in eterna diaspora, magari girando in tondo, magari avviluppata in un bozzolo vanificante la ricerca stessa, per poi scoprire o riscoprire magari ciò che altre tradizioni, o altre voci, hanno già scoperto, da noi inascoltate, da poco o da qualche millennio. E non mi riferisco solo a quelle orientali: Eckhart e Simone Weil, tra le altre, docet.

24 Febbraio: zazen

Date le stagionali difficoltà logistiche previste alla pagina COMUNICAZIONI, anche la pratica intensiva del 24 febbraio si terrà a Rezzato, dalle 8 alle 13. Chi fosse intenzionato a partecipare ci faccia sapere entro venerdì sera. Sempre alla pagina COMUNICAZIONI le modalità di contatto.

Riceviamo e aderiamo: “una laica meditazione per la pace”

MNlogo

A ciascuno di fare qualcosa per la pace

Venerdì 23 febbraio

Una Giornata di digiuno, preghiera e impegno per la pace

Il Movimento Nonviolento aderisce all’appello di papa Francesco

Ognuno può dire concretamente ‘no’ alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti”, così dice Papa Francesco che porta l’attenzione particolarmente sulle sofferenze dimenticate e trascurate “delle popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan”.

Il Papa invita “anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune”.

E’ un invito che raccogliamo volentieri e riproponiamo come Movimento Nonviolento anche ad altri.

Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e disgusto“, scriveva Aldo Capitini nel 1936 in pieno regime fascista, nell’indifferenza generale, se non nell’ostilità, anche delle gerarchie ecclesiastiche di allora, ancora legate alla teologia della guerra giusta.

Qualcosa era già mutato anche prima, ma con il pontificato di Bergoglio l’annuncio profetico della nonviolenza si è fatto costante e preciso. In quest’uomo di religione sentiamo presente la convinzione che “la nonviolenza è il punto della tensione più profonda tesa al sovvertimento di una società inadeguata”. Di questa tensione abbiamo bisogno per affrontare positivamente una violenza crescente, in campo internazionale e interno ai diversi Paesi. Compreso il nostro. Papa Francesco ci esorta a domandarci “che cosa posso fare io per la pace?

Rispondiamo ancora con le parole di Capitini: vogliamo “sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con l’errore della violenza, ed instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che è il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura infinita dell’uno verso l’altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia“.

Per queste ragioni il Movimento Nonviolento invita tutti ad unirsi il prossimo 23 febbraio alla Giornata promossa da papa Francesco, attraverso il digiuno, l’impegno, la preghiera, o una laica meditazione per la pace.

Movimento Nonviolento

via Spagna, 8 – Verona
Tel. 045 8009803

http://www.azionenonviolenta.it

http://www.nonviolenti.org

Se volete evitare una sofferenza

Se volete evitare una sofferenza, uno stato mentale
spiacevole, assumetelo.

Se volete scioglierlo, tenetelo davanti a voi
nel campo globale e visivo della coscienza.

Non cercate di evitarlo o scioglierlo.
Non colpitelo con la tensione,
lo sforzo, il desiderio
che non ci sia.

Se lo spirito autentico
è di respirarne la natura
(la vostra, l’Uno)

e non un tentativo furbesco, ancora
di eliminarlo, rivelato dalla frase:
“eh, ma non si scioglie!”

si scioglierà da solo
mentre paradossalmente
cercherete di trattenerlo.

Inutile dire – ma è bene ribadirlo –
che questo lavoro interno
non sostituisce il lavoro esterno
di rimuovere le cause di salute, economiche
o sociali dello stato mentale spiacevole,
della sofferenza.

La serenità interiore si sposa con l’azione sociale
e politica, con la sete di pace e di giustizia
e non con l’inazione.

Non è infatti vero che la pace interiore (essa stessa dinamica)
smorzi l’azione, mentre lo stato spiacevole,
la rabbia siano il motore di una rivoluzione vera.

Il dissidio mentale è il motore di una rivoluzione subito tradita,
questo sì. Tradita storicamente dopo pochi anni.
Tradita subito, di spirito e di fatto.

La libertà interiore, la serenità d’animo
acquisita non dimentica invece le cause
dello stato spiacevole, dell’ingiustizia.

Al contrario impiega tutta la potenza
della pacificazione mentale
per un’azione vera,

nonviolenta e radicalmente alternativa
a quell’ambito mentale e sociale

che causò la sofferenza, la contraddizione
l’ingiustizia.

[SEGNAVIA]

ZAZEN
ovvero della rinuncia al frutto: a una meta, a un risultato

Essere qui e ora è assoluta rinuncia al frutto (a una meta, a un risultato), quindi è uno “stato di fatto” (conciliativo degli opposti: solido e fluido contemporaneamente) e non una decisione di rinuncia (questa infatti mira a un frutto: si rinuncia “per”…). Quando sei (“corpo e mente abbandonati”) veramente “qui e ora” sei in pace, “panoramicamente” cosciente ma “nonseparato”, nel “presente che avviene”: nulla di te si sta proiettando insoddisfatto verso qualcosa, verso altro, quindi verso un altrove di tempo e spazio. Questo è lo spazio della libertà, il senza tempo della nondualità, il suo tempo beato.

Se invece tenti ancora di essere qui ed ora, non lo sei realmente e ti stai proiettando verso un fittizio altrove. Di questa illusione bisogna presto tardi rendersi conto e provvedere come dopo dirò.

Il tentativo, comunque, pur votato all’insuccesso, può avere una sua indiretta risultanza: grazie alla percezione successiva della sua assurdità/inutilità, l’applicazione dello sforzo si può fermare di colpo – di fatto – senza alcun bisogno di una decisione. Quello è il momento, tautologicamente parlando, in cui essendo ferme le attività illusoriamente dualizzanti, la nondualità sempre presente, ma impercepita, non realizzata, si rivela, autosciente, nella coscienza relativa non più sperimentantesi come separata.

Poiché quasi mai ci si siede direttamente “qui e ora” in assoluta rinuncia del frutto, senza una benché minima, sottilissima tensione a un realizzare (“testa, corna e corpo sono già passati, perché la coda non riesce a passare?”(1)) si attraversa quasi inevitabilmente la fase dei “tentativi” appena descritta. E’ in questa fase che i mezzi abili della tradizione e dei maestri possono favorire “l’indiretta risultanza” dei tentativi.

Va da sé che la tensione al realizzare, quando è sottilissima, è difficile da avvertire – (più facile cullarsi nell’illusione di un qui e ora, che invece è ancora duale, quindi percorso da una tensione verso qualcosa) – e quando è avvertita viene sentita come una naturale attività della mente che non si riesce a eliminare; quindi come uno sbarramento irriducibile al semplice e non utilitario “just sitting”, all’opposto avvertito come un abisso vertiginoso, uno stato sfuggente e irrealizzabile. Semplificando: se si cade nel tentativo di eliminare tale sottile tensione realizzativa, ciò viene sentito impossibile; allo stesso modo se si cerca di passare allo stato di senza scopo, ciò viene sentito non realizzabile; così che l’inutile tentativo di eliminare tale tensione realizzativa, o bypassarla, fa ricadere il praticante in quanto già scritto in precedenza sui tentativi e sull’indiretta risultanza.

C’è però una strada maestra, alla quale prima accennavo quando parlavo di provvedere. È semplicemente questa: se si è nella dualità e si vuole passare alla nondualità si accoglie tutta la dualità, si rimane aperti a ogni manifestazione duale, si respira dentro ogni forma duale che sorge e tramonta e non si pensa più alla nondualità e alla sua ricerca. La nondualità non è più oggetto di pensiero, e se lo è lo si guarda, lo si respira come tutti gli oggetti e tutte le altre forme duali. Con attenzione, presenza mentale e serena consapevolezza, per non dire gioiosa, si è nelle forme che sorgono e tramontano, tensione realizzativa compresa e riconosciuta, tentativi di ogni tipo compresi, pensieri di essere arrivati, illuminati e realizzati inclusi, senza alcun desiderio di eliminare alcunché. Ciò che prima ogni volta era qualcosa sul quale prendere posizione, scegliere, preferire, eliminare, tenere, o un mezzo per “arrivare”, ora ogni volta è solo una forma della Realtà Originaria che si esprime come “presente che avviene”. Quale che sia il suono, il pensiero, il dolore e l’emozione, esso dimora nella presenza mentale, nella coscienza che l’avverte e la riconosce come parte di sé. Come può nascere la tensione a un altrove, la sensazione e quindi l’insofferenza per il tempo che non passa, durante lo zazen, se già ogni forma “canta la verità senza aggiunta alcuna” e senza alcuna sottrazione, proprio così come ci appare e ci trova meravigliosamente arresi in ciò? Se perfino quando accadesse (e accade) di pensare alla campana che non suona ci basta rimanere aperti, consapevoli, accoglienti, respirare pensiero e sensazione frustrante e vederli quasi a malincuore (sì, a malincuore) sfumare e sciogliersi?

Caso

Hui-K’o: “…maestro la mia mente è divisa”.
Bodhidharma: “Portami la tua mente”.
Hui-K’o: “Non riesco a trovarla”.
Bodhidharma: “Ho pacificato la tua mente”

Più nessun luogo da cui fuggire, più nessun luogo dove andare. Ogni direzione: lo stesso respiro. Ogni passo, ogni percorso la medesima ineffabile Realtà. Meraviglia! Questa mano levata: ora si chiude, ora si apre.

Note:

– I virgolettati in corsivo sono citazioni da Dogen, maestro zen giapponese del XIII secolo.

(1) Si tratta di un noto koan (problema non risolvibile con il ragionamento): Oso Hoen Zenji disse :” E’ come un bufalo d’acqua che attraversa una finestra. La testa, le corna e le quattro zampe sono tutte passate. Perché la coda non può passare? “.