Segnavia



Pagina in periodico aggiornamento per modifiche e aggiunte successive. Gli aggiornamenti più recenti, diversamente dal libero flusso temporale della HOME page, sono collocati in fondo pagina, come a dire: dalle radici alle foglie. Contiene testi indicativi per la pratica (zen), in particolare per zazen e shikantazata.

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27 agosto 2017

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Programma giornaliero di ogni settimana di Sesshin con Padre H.E. Lassalle. (Documento originale, Shinmeikutsu, Giappone, 1981.)

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2 settembre 2017

PREMESSA BREVE, MA GRANDE COME UNA CASA

Provate a sedere a gambe incrociate, oppure su di una normale sedia, con la schiena diritta, ma non tesa, le mani in grembo e gli occhi aperti. Verificate che non ci siano tensioni nelle braccia, nelle spalle e nel tronco, nel semplice respiro e negli occhi aperti, immobili. Ora prestate semplice attenzione a tutto ciò che si manifesta nella vostra mente e attorno a voi: se siete cristiani siete rimasti cristiani? Se siete buddhisti siete rimasti buddhisti? Se siete laici o atei siete rimasti tali? Siete semplicemente ciò che siete: esseri umani che fanno una cosa umana? Sono le basi dello zazen.

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5 settembre 2017

PERCHÉ LO ZAZEN

1 – La condizione umana: maturazione e compimento

Una smisurata letteratura si occupa della condizione umana e ognuno vi aggiunge del suo. Non c’è persona che non abbia da dire qualcosa a riguardo, con la parola o con lo scritto, con l’arte o la semplice riflessione, da solo o tra amici. È l’evidenza di un tema che tocca direttamente la nostra vita, la nostra intera avventura esistenziale. Noi non facciamo eccezione. Così di testi sulla condizione umana, sulla sua percezione illusoria e frammentata della realtà, sono dense le pagine dei “Tre eremi”: Giovane eremo, Eremo di mezzo, Eremo d’inverno. Altri testi sono reperibili in questo blog e nel precedente (blog.libero.it/Haikuzen). Rimando, quindi, il lettore interessato a tali pagine. Citiamo qui solo il brano nella prima pagina di Eremo d’inverno, che in realtà è l’ultimo in ordine di tempo di quel libro, posto come ponte ideale verso ulteriori indicazioni:

Nella vita degli esseri umani
c’è generalmente una maturazione
che non trova compimento
e impedisce la risposta
alle domande più importanti.

Un bambino nasce, cresce
sviluppa la coscienza di sé

e del mondo
e su questa percezione individuale
che lo separa dall’altro da sé

(amore e amicizia sono fragili ponti
tra due mondi in costante cesura)

in dialettica e contrapposizione
con il resto della realtà

si consuma
il resto della sua vita.

Ma che accade
se la maturazione continua?

Il bambino nasce, cresce
sviluppa la coscienza di sé
e del mondo
ma su questa percezione individuale
non si ferma.

Scopre che la realtà è così unica
da essere oltre il concetto d’unicità,

e tutte le diversità degli esseri
ne sono la pulsante espressione.

(amicizia e amore sono correnti d’energia
tra diverse espressioni del Sé.)

Accanto alla percezione degli alberi
s’affianca l’esperienza del bosco
del quale l’albero fa parte e le
due coscienze sono una.

La vita universale ne è l’affermazione
e la morte naturale un suo rinnovarsi
attimo dopo attimo.

È un essere libero e ama
che tutti gli esseri siano
liberi.

2 – Perché lo zazen

Lo zazen si colloca da questa frase in poi del testo appena letto: “ma su questa percezione individuale non si ferma…”. Ecco perché lo zazen. Perché è la pratica della realizzazione e quindi della libertà.

Conosciamo l’obiezione: “…ma non è l’unico, perché proprio quello?”.

Infatti non è l’unico. Nello stesso Zen è accompagnato dalla pratica dei koan e dalla pratica dell’attenzione, della consapevolezza, della presenza mentale in ogni gesto della nostra vita quotidiana. Nel buddismo tibetano e nelle altre scuole buddhiste troviamo ovviamente pratiche equivalenti che uno spirito non settario, al di là delle varie diversificazioni, non può non riconoscere.

In ambito cristiano, poi, come dimenticare il nucleo della kenosis e della metanoia, la mistica del distacco e dello svuotamento dell’io: Eckhart, La nube della nonconoscenza, Juan de la Cruz e Teresa d’Avila, una corrente d’amore acceso, sottile, ma inarrestabile, fino ai giorni nostri con Simone Weil.

Lo stesso filo troviamo, mutatis mutandis, in altre culture, in altre religioni: pensiamo solo ai Sufi, alla migliore tradizione spirituale indiana, al taoismo di Lao Tsu e Chuan Tsu.

Perfino in ambito non religioso avanza la cultura e la pratica “dell’allargare l’area della coscienza”, la psicanalisi e le scienze della mente. Uno per tutti Erich Fromm – si veda, per esempio l’ottimo saggio: Psicanalisi e Buddhismo Zen.

E allora, perché proprio lo zazen?

Semplicemente perché è tra le pratiche che “funzionano”. Anche se dobbiamo mettere le virgolette, in quanto il funzionamento non è quello utilitaristico della pesanteur di Weileniana memoria.

Sì, ma tra le pratiche che “funzionano”, perché proprio questa?

Perché ognuno deve fare le sue scelte, esercitare la propria libertà. Dalla cima dell’Adamello – come da altre montagne, presumo – si possono vedere formichine scure che salgono verso la vetta dalla Lobbia, dalla Val di Fumo, dalla Val Salarno, dalla Val Miller, da Passo Brizio e da altri sentieri ancora. Di lì a poco, affrontando i pericoli specifici del loro percorso, saranno arrivati. Come altri prima di noi. E nessuno che ritenga superiore il proprio sentiero. Pronti, semmai e al bisogno, ad accorrere in aiuto. Questo rispetto – ma non per i faciloni e gli incauti – le genti di montagna e i camminatori lo conoscono, mentre continuano il loro percorso. E continuandolo è tutta l’umanità che continua e avanza. E si scopre montagna.

Detto questo, lo zazen, per me che scrivo, è la semplicità fatta pratica. In questo semplice sedere nella Realtà – e ciò non può avvenire senza rinuncia a un altrove nel tempo e nello spazio, cioè a un frutto, una realizzazione come meta e oggetto della mente che perpetua la dualità soggetto-oggetto – non è implicato null’altro: nessuna adesione a una confessione religiosa, a un’ideologia, a un sistema di pensiero, una cultura determinata. Chi è cristiano rimane cristiano, il buddhista rimane tale, il laico pure. “Lo zazen è un dono dell’umanità per l’umanità” mi ha detto una volta un cattolico d’eccezione. È l’essere umano che si siede e realizza l’universalità della sua umanità, al di là delle distinzioni di fede e di ogni altra distinzione, che pure, ed è bene, rimangono.

Sulla semplicità della pratica è opportuno subito un chiarimento: per un essere umano dominato dalle proprie sovrastrutture mentali, concettuali e da quella frattura illusoria chiamata “io”, percezione individuale dell’esistenza, può non essere facile praticare tale semplicità. Può essere difficile rimanervi, senza tentare continuamente di aggiungere o togliere qualcosa all’esperienza del “presente che avviene”, all’essere semplicemente qui e ora.

CHE COS’È LO ZAZEN

Cosa c’è di meglio, a questo punto, del dare la parola a Dogen, il padre giapponese dello zazen, che si recò in Cina, dove questa pratica era nata, e ne tornò con uno stupendo: “niente di speciale: il naso è verticale e la bocca orizzontate”, rispondendo a una domanda sullo Zen. Si tenga presente che è un testo del 1200, straordinariamente attuale, ma certo espressione del buddhismo e di una data cultura nipponica.

Stillando ciò che c’è di universale in esso, anche per l’uomo d’oggi, buddhista, cristiano o laico, rimane un testo fondamentale, con il quale confrontarsi, prima e dopo lo zazen, per chi decide di praticarlo. Non durante, nel quale la nudità dello Spirito non lascia spazio a nessuna scrittura.

10 Settembre 2017

EIHEI DŌGEN

ZENJI FUKANZAZENGI
La forma dello zazen che è invito universale

La via originariamente è intrinseca ovunque in modo perfetto, perché pretenderla attraverso pratiche e risvegli? Il veicolo della verità è incondizionato e presente, perché sprecarsi in accorgimenti? Ancora: Tutto non solleva affatto polvere, perché credere nei metodi per purificarlo? Il centro non si allontana da qui, ehi! non girovagare col corpo e con la mente in pratiche religiose.

Eppure, se dai origine anche al minimo scarto, il cielo e la terra si fanno incommensurabilmente lontani; se dai adito al pur minimo “mi piace ­ non mi piace”, il cuore si smarrisce nella confusione. Supponiamo, per esempio, che tu sia orgoglioso della tua comprensione, che abbondi in illuminazione, che tu abbia adocchiato la sapienza, ottenuto la via, chiarificato il cuore, dato impulso all’ideale di scalare il cielo: non fai che trastullarti nei pressi della soglia del nirvana, e ignori quasi del tutto l’operoso sentiero della libertà.

Guarda! Buddha, sapiente di nascita: si vede la traccia dei sei anni trascorsi seduto eretto; Bodhidharma, che ha trasmesso il sigillo del cuore della via: si ode la fama dei nove anni seduto fronte al muro. Così furono i santi antichi, così deve praticare l’uomo d’oggi.

Perciò smetti la prassi di cercare detti e investigare parole; fai il passo che rivolta la luce e la getta all’interno. Così il tuo corpo e spirito con naturalezza è abbandonato e appare il tuo volto originario. Se ambisci ad acquisire questo, subito devi impegnarti in questo.

Per lo zazen è ideale un posto tranquillo; bevi e mangia con regolarità. Liberati e sii separato da qualsiasi tipo di relazione e di rapporto, lascia riposare qualsiasi iniziativa. Senza pensare né al bene, né al male, non curarti di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Interrompi l’attività del cuore, della mente e della riflessione. Interrompi le indagini del pensiero, dell’immaginazione, della contemplazione. Non misurare quanto hai realizzato la via [misurare Buddha]: essa non ha niente a che fare con lo stare seduti o sdraiati.

Di solito si mette un cuscino quadrato, largo e spesso, sul pavimento e, sopra questo, un altro cuscino alto e rotondo [zafu] su cui ci si siede. La posizione è con le gambe incrociate o in modo completo [kekkafuza], o in modo incompleto [hankafuza].
Nel primo caso mettere il piede destro sulla coscia sinistra, e il piede sinistro sulla coscia destra. Nel secondo caso soltanto il piede sinistro sulla coscia destra.

Indossa un vestito comodo e pulito. Posa il dorso della mano destra sul piede sinistro e il dorso della mano sinistra nel palmo della mano destra. Le punte dei pollici devono toccarsi leggermente. Siedi eretto, senza inclinare né a destra, né a sinistra, né avanti, né indietro. Le orecchie devono essere in linea con le spalle, il naso deve essere in linea con l’ombelico. La lingua riposa contro il palato. Le mascelle e le labbra sono chiuse senza sforzo. Tieni sempre gli occhi aperti. Respira tranquillamente attraverso il naso. Dopo avere regolato la posizione nel modo descritto, espira tranquillamente e poi inspira. Fa qualche movimento ondulatorio con tutto il corpo a destra e a sinistra. Quindi siedi immobile.

La disposizione del tuo pensiero si posi su questo fondo del non pensiero. Come la disposizione del pensiero si posa sul fondo del non pensiero? Impensato. Ecco, questo è il fulcro distintivo dello zazen.

Zazen non consiste nell’apprendere a meditare [nell’apprendere lo zen]. Semplicemente è la porta reale della pace e della gioia, è la pratica avverata che arriva alla pienezza del risveglio. Il presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela dei condizionamenti e delle illusioni. Se qui trovi dimora, è come il drago che trova l’acqua, assomiglia alla tigre che si inoltra nella montagna.

Occorre conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione. Quando ti alzi dallo zazen muovi il corpo adagio, alzati in modo tranquillo, non muoverti in modo violento.

Se guardiamo gli esempi del passato, andare oltre il mondano e andare oltre il santo, trapassare stando seduti o morire in piedi, tutto ciò è affidato completamente a questa forza. Inoltre, anche il perno dell’insegnamento impartito scuotendo un dito, una canna, un ago, un martello, anche l’avvertimento che ridesta fornito con lo scaccia mosche, col pugno, col bastone, con il grido, tutto questo non scaturisce dall’avere bene valutato e discriminato, e non credere che derivi dalla conoscenza di poteri magici. Sono comportamenti la cui autorità va oltre ciò che si sente e ciò che si vede, scaturiscono completamente dalla norma che è prima della conoscenza intellettuale.

Così è! Quindi, senza discutere di sapienza e di stupidità, non discriminare fra uomo che vale e uomo stolto. Applicati con tutto te stesso e sei già nella pratica del cammino. La pratica del risveglio per sua natura non produce contaminazione e attuandola è normalità quotidiana.

Generalmente parlando avviene che, nel nostro mondo come altrove, in India come in Cina, portando il sigillo di Buddha, ogni casa lo fa a modo suo. Se ci si applica al solo star seduti, inamovibilmente si è di ostacolo (1). Pur essendoci innumerevoli diverse situazioni, fai solo la pratica di zazen.

Non disertare il posto che è dimora della tua pratica, e non girovagare altrove nel polveroso mondo. Se sbagli un passo, inciampi e devii dalla direzione che hai di fronte. Hai già il fulcro della via che è il corpo umano, non attraversare il tempo invano. Hai da preservare e applicare l’essenza della via di Buddha, chi vorrà godere in modo vano di scintille? Non solo, i fenomeni sono come la rugiada sull’erba, il corso della vita assomiglia a un lampo, all’improvviso, è nulla, in un attimo, svanito.
Questa è la mia preghiera: che coloro i quali compongono la nobile corrente dei praticanti, avendo a lungo imparato a tastoni attraverso imitazioni, non disdegnino ora il vero drago. Avanza con energia nella via diritta e radicale, rispetta l’uomo che tronca l’affidarsi al sapere e annulla l’affidarsi all’agire, entra nella compagnia di coloro che vivono l’essenza della via, eredita la pace di coloro che hanno praticato prima di te. Se a lungo compi questo, certamente diventi questo. Lo scrigno dei tesori si apre da se stesso, e tu ricevi e usi a volontà.

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(1) La traduzione è letterale; il senso è ambiguo. Ora interpreto così: il dharma è ovunque, ogni corrente del buddismo lo presenta a modo suo: zazen è la pratica che riporta tutto all’unico comune denominatore e previene dal girovagare per le interpretazioni, ostacolando con l’immobilità ogni movimento fisico e mentale.

Questo è il primo testo scritto da Dōgen nel 1227, subito dopo il suo ritorno in Giappone dalla Cina. L’autore, nel Fukanzazengi senjutsu yurai: “Motivazioni per la redazione del Fukanzazengi”, che lo introduce, lo presenta con queste parole: «Siccome in Giappone non si è mai sentito parlare di “trasmissione differente fuori dalle scritture” (kyōge betsuden), di “tesoro della visione dell’autentico dharma” (shōbōgenzō) e neppure dei principi dello zazen, ecco che ancora non sono stati qui trapiantati. Perciò, tornato in patria dalla Cina, di fronte alle richieste di istruzione da parte delle persone che mi avvicinavano, ho dovuto, per il loro bene, scrivere questo testo sui principi fondamentali di zazen». Dōgen continuò a rivedere questo scritto per tutta la vita.

(Traduzione inedita, a cura de La Stella del Mattino)

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12 Settembre 2017

COME E DOVE PRATICARE LO ZAZEN

Il modo migliore per sapere COME praticare lo zazen è andare nelle realtà DOVE si pratica davvero lo zazen e impararlo sul campo. Anzi, sul tatami. Ne proponiamo due. La prima, naturalmente (vedere la pagina INFORMAZIONI) è:

http://www.monasterozen.it

Si tratta del CERCHIO di Milano è più precisamente: “Il monastero zen Ensoji-Il Cerchio e Sanboji – Tempio dei Tre Gioielli sono nella loro forma giuridica italiana: Associazione Il Cerchio Onlus associazione religiosa per la pratica e lo studio del Buddhismo Soto Zen ed è affiliata all’ UBI-Unione Buddhista Italiana, e all’E.B.U. European Buddhist Union. Ha diverse sedi di pratica in Italia e da tale realtà nascono anche Mindfulzen*, #URBANZEN, Scuola Zen di Shiatsu.

La seconda è:
https://www.lastelladelmattino.org/

Comunitã buddhista Zen originariamente di Galgagnano (Lodi), ora articolata in varie sedi in Italia, più una in Spagna. Molto presente nel dialogo interreligioso con la Comunità di Desio (MB) “Vangelo e Zen”.

Se per qualche ragione non potete o non volete contattare queste ottime realtà di pratica, se volete fare zazen nel silenzio della camera, sulla panchina di un parco cittadino, sulla vetta di una montagna, sul greto di un fiume, sulla riva di un lago o del mare, magari sul tram, in una piazza affollata o sul percorso verso la discoteca (ma non è detto che poi ci andiate), allora seguite almeno i loro siti web, ricchi di istruzioni sullo zazen. Magari cercate altre realtà di pratica, o tendete l’orecchio se ne sentite parlare, e non rinunciate, come sempre è necessario, a riflettere e ragionare, prima di fare scelte. In ogni caso, se proprio non avete trovato altro, provate a seguire questa pagina di SEGNAVIA e le sue indicazioni.

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19 settembre 2018

INDICAZIONI BASE PER LO ZAZEN

Luogo: meglio silenzioso e tranquillo, dove ci si possa sedere in santa pace. Ma nessun posto può essere scartato a priori: dalla corsia di un ospedale a un bar affollato, passando dalla sala d’aspetto di una stazione o da una pensilina della fermata autobus.

Abito: meglio comodo e sobrio, sia nei colori che nella fattura, e adatto alla temperatura del luogo di pratica. Ma all’occorrenza va bene l’abito che si indossa: dal pigiama di notte, all’abito di lavoro, dalla tenuta da montagna all’unico cencio che si possiede.

Orario: meglio la pratica mattutina e serale, ma per chi non può o vuole soffrire di più, specie dopo un pranzo abbondante, vanno bene anche le ore pomeridiane.

Durata: Usualmente le sedute sono di 20, 30 o 40 minuti. Tuttavia si può cominciare da 1, 2 minuti, magari seduti in auto davanti al semaforo rosso, oppure da 5 minuti al giorno.

Frequenza: meglio quotidiana. Tuttavia, sotto la pressione delle incombenze giornaliere, sappiamo quanto questo regalo, che facciamo a noi stessi e all’umanità, sia difficile. Diciamo allora: ogni volta che ci riusciamo, o che ricordiamo l’“inutilità” salvifica di “fermarci”.

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POSTURA

Come sedere: preferibilmente a gambe incrociate nella ben nota posizione del loto, oppure nel mezzo loto. Oppure ancora nella posizione birmana: un piede davanti all’altro sul tatami invece che appoggiato sulla coscia opposta. Il bacino è appoggiato su uno o due cuscini che lo sollevano e rendono più naturale la verticalità della schiena e l’appoggio di sostegno delle ginocchia sul tatami. Da ricordare che il bacino appoggia tra il centro e l’orlo del cuscino (non a caso è meglio un cuscino circolare), ciò impedisce quasi sempre il formarsi del formicolio alle gambe. Se i dolori sono insopportabili o altri problemi fisici impediscono queste posizioni si può sedere in seiza: (in ginocchio con un cuscino fra le gambe o una panchetta apposita sotto il sedere). Se anche tale modalità risultasse impossibile si può ben sedere su di una sedia, sempre con la schiena diritta, ma non tesa, i piedi per terra, le cosce verso il basso (quindi la sedia non deve essere troppo bassa). Il senso di tutto è la stabilità di base del corpo, che prelude al rilascio di ogni tensione, quella della mente compresa. Chi fosse addirittura impossibilitato a sedere, può rimanere nella postura che gli è possibile.

Le braccia: sono completamente rilasciate, prive di forza applicata. Durante la seduta sembrano scomparire, o viceversa fare blocco unico con spalle e busto come un tronco inanimato e solido, quindi privo di linee di tensione.
Le mani: una mano è appoggiata sull’altra, le palme in alto, e i due pollici si toccano di punta, naturalmente, senza tensioni. Riposano in grembo.

Le spalle: cadono naturalmente, rimanendo in asse con la schiena, e raggiungono il punto più basso raggiungibile senza sforzo.

La schiena: è diritta, verticale, e tale rimane senza tensioni, per la semplice verticalità di un qualsiasi corpo che sta su se appoggia su di una base sufficiente. In questo caso è il triangolo formato dalle due ginocchia sul tatami e il bacino appoggiato sui cuscini (oppure sulla sedia, più i piedi per terra).

Il respiro: regolare, naturale, entra ed esce senza forzature dettate dalla volontà o altre forze, quali emozioni, intenzioni, stress…

Gli occhi: aperti, immobili, senza tensione. Sono in un campo visivo globale, dalle due estreme aree periferiche, a destra e sinistra, a tutta l’area centrale in un unicuum. La messa a fuoco può esserci, ma non è ricercata. Magari vedono qualcosa, ma non guardano nulla in particolare. Gli occhi aperti e immobili sono decisivi, ma non diciamo oltre, per non creare ulteriori oggetti-ostacolo mentali.

Disposizione d’animo: aperto, ricettivo, senza aspettative. Si tratta di essere la realtà sonomama: “così com’è”, e come appare nelle forme che sorgono e si dissolvono del presente che avviene.

Disposizione mentale: semplice coscienza di pensieri, sensazioni, emozioni. Nessun tentativo di eliminarli. Nessuna entrata nel contenuto del pensiero ad alimentare altri pensieri.

(Attenzione, però: anche il pensiero di non entrare in un pensiero va riconosciuto, guardato e “respirato”).

 

SI COMINCIA (e si finisce)

Nota: Le modalità iniziali sono numerose e non staremo qui ad elencarle. La più conosciuta e praticata è contare le espirazioni fino a dieci e ricominciare da capo. Se però sorge un pensiero, tornare a uno e riprendere il conteggio. La modalità che descriviamo qui di seguito è frutto fattivo della nostra esperienza.

Ci si accomoda seduti come indicato in precedenza e si pone attenzione alle braccia e alle mani: sono rilasciate? C’è qualche linea di tensione in esse? La precisa sensazione fisica è di abbandono. Se questo abbandono continua, nel corso della seduta le braccia e le mani sembrano scomparire o far parte di un blocco unico e inanimato col corpo. Le spalle cadono naturalmente in basso o c’è qualche linea di tensione che le tiene, sia pur di poco, sollevate?

La schiena è diritta, verticale, senza forza applicata, senza linee di tensione? La sensazione è che sia la verticalità stessa ad autoportarsi senza intervento dei muscoli. Il respiro entra ed esce regolarmente senza sforzo alcuno? Corto o lungo che sia, superficiale o profondo, diaframmatico oppure ombelicale, è condizionato dalla nostra attenzione o si snoda via via libero da ogni tensione, calmo e sereno, com’è nella sua natura di soffio costante interno/esterno, interno/esterno…?

Gli occhi sono aperti e immobili? Il campo visivo è globale dalla vista periferica al centro? Bruciano? Allora c’è qualche linea di tensione: lasciar cadere ogni sforzo. Se la focalizzazione si perde, ritorna e si perde, lasciare che sia. Non intervenire. Se qualche dettaglio del campo visivo viene messo in luce, lasciare che sia: gli occhi vedono, la coscienza ne ha l’evidenza, ma non c’è nessuna volontà o sforzo di guardare.

La coscienza guarda e respira senza intervenire ogni forma si rifletta nello specchio della mente, siano essi rumori, pensieri, immagini, linee di tensione, tentativi di eliminare qualcosa, giudizi, preferenze?

Se accade, e accade molto spesso, di essere stati trascinati via da una catena di pensieri, nel momento che ce ne rendiamo conto, siamo coscienti della preziosità di essere di nuovo nel presente che avviene o ci perdiamo in recriminazioni per aver perso tempo? Se ci accorgiamo di star recriminando, guardiamo e respiriamo la recriminazione o cerchiamo di giudicarla o peggio eliminarla? Se ci accorgiamo di giudicarla e o eliminarla, rimaniamo semplicemente a guardare e respirare tale tentativo di giudizio o di eliminazione o procediamo a un altro tentativo di eliminazione? In tal caso guardiamo e respiriamo quest’ultimo… la catena si conclude quando semplicemente guardiamo e respiriamo l’ultimo tentativo di giudizio o eliminazione, senza ulteriori tentativi di eliminazione, preferenza o giudizio.

Nel proseguio della seduta, campo visivo e specchio della mente sono “uno”. In esso si riflettono suoni, rumori, pensieri, emozioni, sensazioni, immagini che sorgono e tramontano, senza intervento alcuno, che non sia la semplice coscienza che respira.

A proposito: le braccia sono ancora sciolte? E le spalle? La schiena è diritta e senza tensioni? Il respiro entra calmo e regolare? Gli occhi sono aperti e immobili, privi di tensione? Ogni forma si riflette nello specchio della mente nella semplice coscienza e nel semplice respiro?

Ripetere questa verifica più volte nel corso della seduta, a meno che, “corpo e mente abbandonati”:

 

andato andato andato oltre, completamente andato oltre
sia rimasto solo lo spirito che soffia dove vuole
e nessuno può più dire: “è questo, è quello”.

 




 

ZAZEN: TESTI, INDICAZIONI, ESPERIENZE

il dito che indica la luna

 




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1 Ottobre 2017

1. TU SEI IL SÉ 
Come leggere un insegnamento meravigliosamente Vero senza vanificarlo

“Tu sei il Sé
fissati nel qui ed ora
lascia la mente libera
e vivrai gli eventi
liberi da attaccamenti.

Quando il vento cessa
l’acqua torna tranquilla
il tuo volto appare.”

Commento : come leggere un insegnamento meravigliosamente Vero senza vanificarlo, ovvero come riuscire ad applicarlo senza un io che, pensando di aver capito, si leghi al laccio dell’oggetto mentale appena creato, e senza una volontà che, cercando di applicarlo, se ne allontana.

Modalità: Sedere semplicemente in zazen e se vi viene in mente un qualsiasi verso della lettura, oppure un pensiero derivato del tipo: “io sono il Sé”, “devo fissarmi nel qui e ora”, “adesso lascio la mente libera”, “quando il vento cessa”, “il mio volto appare”, ecc. guardare e respirare la forma e il suono mentale delle parole, indipendentemente dal significato. Pure guardare e respirare forma e suono mentali di ogni eventuale pensiero collegato, e così per qualsiasi altro pensiero possa sorgere, indipendentemente dal significato. Compreso il pensiero: “adesso guardo e respiro questo pensiero”, oppure: “sto guardando e respirando questo pensiero”.

Lo stesso vale per suoni, rumori, sensazioni, emozioni. Se vi distraete, al momento di accorgervene guardate e respirate forma e suono del pensiero di consapevolezza della distrazione.

Fino a quando si guarda e si respira forma e suono di un pensiero? Fino a che dura il pensiero, fino a che rimane solo il respiro (e pure quello indistinto o quasi) o sorge un altro pensiero da guardare e respirare. E in ogni caso la durata è una curiosità di cui si occupa la mente che sta leggendo ora, non la mente che sta guardando e respirando.

EInfatti se sorge la frase: “devo guardare questo pensiero fino a che dura, fino a che non rimane solo il respiro”, tale frase è il nuovo pensiero da guardare e respirare. Altro esempio, se sorge la frase: “Oh, ma questo pensiero non scompare”, tale frase è il nuovo pensiero da guardare e respirare. Così se sorge: “ma che rottura! quando suona la campana?”, guardatela e respiratela, frase e sensazione.

Contemporaneamente: le braccia, le spalle, la schiena, il respiro, sono sciolti? Gli occhi sono aperti, senza linee di tensione, e immobili, o divagano?




 

29 Gennaio 2018

ZAZEN
ovvero della rinuncia al frutto: a una meta, a un risultato

Essere qui e ora è assoluta rinuncia al frutto (a una meta, a un risultato), quindi è uno “stato di fatto” (conciliativo degli opposti: solido e fluido contemporaneamente) e non una decisione di rinuncia (questa infatti mira a un frutto: si rinuncia “per”…). Quando sei (“corpo e mente abbandonati”) veramente “qui e ora” sei in pace, “panoramicamente” cosciente ma “nonseparato”, nel “presente che avviene”: nulla di te si sta proiettando insoddisfatto verso qualcosa, verso altro, quindi verso un altrove di tempo e spazio. Questo è lo spazio della libertà, il senza tempo della nondualità, il suo tempo beato.

Se invece tenti ancora di essere qui ed ora, non lo sei realmente e ti stai proiettando verso un fittizio altrove. Di questa illusione bisogna presto tardi rendersi conto e provvedere come dopo dirò.

Il tentativo, comunque, pur votato all’insuccesso, può avere una sua indiretta risultanza: grazie alla percezione successiva della sua assurdità/inutilità, l’applicazione dello sforzo si può fermare di colpo – di fatto – senza alcun bisogno di una decisione. Quello è il momento, tautologicamente parlando, in cui essendo ferme le attività illusoriamente dualizzanti, la nondualità sempre presente, ma impercepita, non realizzata, si rivela, autosciente, nella coscienza relativa non più sperimentantesi come separata.

Poiché quasi mai ci si siede direttamente “qui e ora” in assoluta rinuncia del frutto, senza una benché minima, sottilissima tensione a un realizzare (“testa, corna e corpo sono già passati, perché la coda non riesce a passare?”(1)) si attraversa quasi inevitabilmente la fase dei “tentativi” appena descritta. E’ in questa fase che i mezzi abili della tradizione e dei maestri possono favorire “l’indiretta risultanza” dei tentativi.

Va da sé che la tensione al realizzare, quando è sottilissima, è difficile da avvertire – (più facile cullarsi nell’illusione di un qui e ora, che invece è ancora duale, quindi percorso da una tensione verso qualcosa) – e quando è avvertita viene sentita come una naturale attività della mente che non si riesce a eliminare; quindi come uno sbarramento irriducibile al semplice e non utilitario “just sitting”, all’opposto avvertito come un abisso vertiginoso, uno stato sfuggente e irrealizzabile. Semplificando: se si cade nel tentativo di eliminare tale sottile tensione realizzativa, ciò viene sentito impossibile; allo stesso modo se si cerca di passare allo stato di senza scopo, ciò viene sentito non realizzabile; così che l’inutile tentativo di eliminare tale tensione realizzativa, o bypassarla, fa ricadere il praticante in quanto già scritto in precedenza sui tentativi e sull’indiretta risultanza.

C’è però una strada maestra, alla quale prima accennavo quando parlavo di provvedere. È semplicemente questa: se si è nella dualità e si vuole passare alla nondualità si accoglie tutta la dualità, si rimane aperti a ogni manifestazione duale, si respira dentro ogni forma duale che sorge e tramonta e non si pensa più alla nondualità e alla sua ricerca. La nondualità non è più oggetto di pensiero, e se lo è lo si guarda, lo si respira come tutti gli oggetti e tutte le altre forme duali. Con attenzione, presenza mentale e serena consapevolezza, per non dire gioiosa, si è nelle forme che sorgono e tramontano, tensione realizzativa compresa e riconosciuta, tentativi di ogni tipo compresi, pensieri di essere arrivati, illuminati e realizzati inclusi, senza alcun desiderio di eliminare alcunché. Ciò che prima ogni volta era qualcosa sul quale prendere posizione, scegliere, preferire, eliminare, tenere, o un mezzo per “arrivare”, ora ogni volta è solo una forma della Realtà Originaria che si esprime come “presente che avviene”. Quale che sia il suono, il pensiero, il dolore e l’emozione, esso dimora nella presenza mentale, nella coscienza che l’avverte e la riconosce come parte di sé. Come può nascere la tensione a un altrove, la sensazione e quindi l’insofferenza per il tempo che non passa, durante lo zazen, se già ogni forma “canta la verità senza aggiunta alcuna” e senza alcuna sottrazione, proprio così come ci appare e ci trova meravigliosamente arresi in ciò? Se perfino quando accadesse (e accade) di pensare alla campana che non suona ci basta rimanere aperti, consapevoli, accoglienti, respirare pensiero e sensazione frustrante e vederli quasi a malincuore (sì, a malincuore) sfumare e sciogliersi?

Caso

Hui-K’o: “…maestro la mia mente è divisa”.
Bodhidharma: “Portami la tua mente”.
Hui-K’o: “Non riesco a trovarla”.
Bodhidharma: “Ho pacificato la tua mente”

Più nessun luogo da cui fuggire, più nessun luogo dove andare. Ogni direzione: lo stesso respiro. Ogni passo, ogni percorso la medesima ineffabile Realtà. Meraviglia! Questa mano levata: ora si chiude, ora si apre.

Note:

– I virgolettati in corsivo sono citazioni da Dogen, maestro zen giapponese del XIII secolo.

(1) Si tratta di un noto koan (problema non risolvibile con il ragionamento): Oso Hoen Zenji disse :” E’ come un bufalo d’acqua che attraversa una finestra. La testa, le corna e le quattro zampe sono tutte passate. Perché la coda non può passare? “.




(continua)