Un unico destino

Supponiamo di azzerare gli arrivi,
nascondere i morti in fondo al mare,
dove rimangono i profughi, guardate
bene: negli atroci lager libici?

Supponiamo di svuotarli ai confini
i lager, guardate ancora: sono
a disseccarsi nel deserto
i migranti?

Supponiamo di convincerli
a non partire, devono dilaniarsi di guerre
trascinarsi di fame, sputare miserie
coloro che più non partono?

È in pace il nostro giorno
non vedendoli, gettando un obolo
lucrando armi, succhiando linfa
e “arterie” prime, le spalle alzando?

 

(Pubblicato la prima volta nell’ottobre 2017)

Il giorno in cui un colpevole

Il giorno in cui un colpevole
entra in carcere

non è mai un giorno di vetrina
e trionfo.

È semmai un giorno necessario
per i crimini commessi, per
il dolore delle vittime.

Il giorno in cui un uomo
entra in carcere

è una dolore necessario
a mutare la legge

se è disobbedienza civile,

è una tragedia per il non colpevole
una continuità per l’emarginato
il folle, il perduto.

Al netto dell’inferno
che di rieducativo non ha nulla

il carcere che si richiude
dietro una vita

Può essere un atto dovuto,
ma dopo un fallimento di molti.

Kin-in

Il kin-in non è una pausa
tra una meditazione seduta e l’altra, 

è una meditazione camminata
senza soluzione di continuità.

Lo stesso vale per il lavoro, le azioni,
i gesti quotidiani.

La pratica universale della coscienza
non ha porte, non ha muri, 
né orari d’ufficio.

Respira ad ogni respiro
illumina lodi e offese quotidiane
attraversa ogni steccato.

Solo meditare seduti, solo stare in piedi,
quale limitazione, che spreco, 
che fissazione.

Dicembre

La neve ha coperto il prato e ogni lavoro è sospeso. Aleggia il silenzio invernale nell’immobilità delle cose.

Il trattore ha finito di fare la spola e ora è al coperto, vicino al grande ginepro che fa da portale tra il tratturo che sale dal prato e quello piano che porta da una parte al belvedere con vista circolare sui monti e sul Garda in lontananza, e dall’altra a casa. La carriola meccanica è rimasta nella rimessa, perché gli anelli di tronco più grandi sono stati ridotti in quarti con mazza e cunei, e poi caricati direttamente sul cassone del trattore. Spaccati e sistemati i ceppi. Accatastata la legna intermedia, pronta per il taglio nel vicino congegno costruito sul modello di quello visto a Lubenice, in Croazia, un’estate che eravamo in visita a quel borgo montano e antico, che sovrasta il mare.

La neve ha coperto il prato e le valli. Ha avvolto le rocce, tappezzato i boschi. Ha crestato i rami e le siepi, imbiancato il tetto e orlato la legnaia. Ciò che prima era separato, con i suoi contorni netti, ora è distinguibile solo come un piccolo rilievo del manto bianco. I piani orizzontali e obliqui hanno perso i loro secchi confini e passano dall’uno all’altro dolcemente digradando.

Famiglie di carbonai, di contadini e montanari si affollano intorno a noi quando meditiamo davanti al fuoco. Generazioni di avi, che qui sono passate, e di patriarchi da ogni punto del mondo si raccolgono attorno alla fiamma, nel nostro zazen. E noi non manchiamo d’inchinarci loro.

I mezzi degli ultimi cacciatori a lasciare la montagna nel suo silenzio invernale, hanno tracciato due solchi neri e paralleli nella neve, che marcano la sinuosità della via, in basso oltre la siepe.

Pochi alberi sui nostri monti possono uguagliare il monumentale portamento dei faggi. Sul sentiero che taglia la montagna, poco sopra l’eremo ce n’è una pianta sul ripido pendio boscoso che sale maestosa e verticale,  senza perdersi in rami laterali fino a due terzi dell’altezza, per poi aprirsi, con diramazioni possenti, in una chioma che intercetta il cielo e il calore del sole. Altra vegetazione, nel raggio di una decina di metri, non è potuta crescere e vincere la competizione verso la luce. La corteccia compatta, senza rughe né scaglie,  priva di nodi e bitorzoli, scevra da spuntoni secchi di vecchie ramificazioni, appena sfregiata da alcune iniziali incise, uniforme nel suo grigio e granulosa al tatto ci regala sempre la scoperta di una forza ammirevole del legno, la dimensione fisica di una vita oltre noi che pure è la nostra.

Altri alberi qua attorno s’innalzano lineari verso la volta: la betulla slanciata e altissima di fianco a casa, il giovane castagno in fondo al prato, quello imponente sulla via, e sorprendentemente il ginepro del portale, che ha lasciato l’andamento arbustivo tipico della famiglia per elevarsi come un fuso, nel folto dei rami che scendono fino a terra. Ma di tutti i fratelli minori del faggio, del castagno e delle piante che seguono pure linee verticali, espandendosi poi in chiome creativamente regolari nella loro irregolarità, più ancora sorprendenti del sorprendente ginepro devo dire dei due agrifogli, uno dietro il casolare e l’altro nel prato di fianco al giovane castagno.

I cespugli di un tempo sono ora alberelli dai quali si dipartono in modo ordinato e in tutte le direzioni rami decrescenti a cono. Per la loro forma e il verde intenso e scuro, potrebbero vagamente sembrare in lontananza dei piccoli abeti, ma quest’anno il loro carico di tonde bacche rosse – e che rosso! – li svela subito come agrifogli, perciò stesso ancora più natalizi. Sicché i rari viandanti invernali se li godono, sostando un poco in quieta meraviglia.

 

Respira i boschi
un unico silenzio
per valli e valli

fratel leprotto
attraversa il campo
bianco di neve

Cucina accesa
al rifugio nebbioso
soglia di passi

 

Ogni attimo si svolge

Ogni attimo si svolge senza mai passare,
senza tempo, completo, vuoto di sé,
espressione dell’universo.

Basta aprire gli occhi e ascoltare,
tendere l’orecchio e guardare

Poiché il guardato è pure il guardante
così come il guardare

e l’ascoltatore l’ascoltato, come
pure l’ascoltare.

Con questo spirito è un atto sacro
anche sparecchiare e lavare
i piatti.

E la vita interiore è la vita quotidiana.

Conosci l’azione che realizza,
ma non è né mezzo né fine?

Conosci dove casa e strada, meditazione
e piazza, nella loro diversità
non sono divisi?

È il respiro umano della rivoluzione,
buoni amici.

NOVEMBRE

I giganti caduti, la loro mole impressionante e i rami incrociati in un groviglio sconsolato sono stati potati, tagliati, ridotti in cataste e cumuli che ora giacciono sul prato. Le ramaglie fini e le foglie, futuro e pregiato terriccio, sono andate a livellare conche e affossamenti del terreno. La legna intermedia, in pezzature irregolari da uno a due metri, è impilata a fascine su di un’erba verde intenso e rugiadoso, che non riesce più ad asciugare al sole, né tanto meno nella caligine novembrina.

La legna grossa, i ceppi, le grandi sezioni circolari dei tronchi segati hanno già fornito parecchi carichi di trattore e gli ammassi che restano ne promettono altri. Gli anelli più grandi dovranno essere caricati con la pala meccanica della carriola a motore e portati uno a uno allo spaccalegna sul crinale del valico, nella legnaia vicino a casa. A stento i pannelli fotovoltaici e gli accumulatori, non dimensionati per questo extra-compito, riescono a reggere il lavoro del motore elettrico che frantuma i ciocchi, ma riescono. E reggono.

Solo una porzione di tronco, rovesciata sul fianco scosceso del bosco, è lì a ricordare ancora i tagli da fare con la motosega. Stringe il cuore vedere la lama scomparire nel diametro per lei troppo grande e sentirla ansare insieme al mio fiato troppo corto.

Con un calcolo della pendenza e un taglio mirato alla base di uno dei tronchi, l’intero ammasso di radici e di terra che era stato eradicato e sovrastava cupamente il passaggio è ripiombato di colpo nella voragine che si era creata, ripristinando l’estetica e la funzionalità del sentiero pubblico dietro casa. A parte il terreno un po’ smosso, è con stupore che vediamo tutto tornato naturale.

Un altro ammasso di radici e terra sta rivoltato e sospeso sul pendio, sorretto solo dal moncone di tronco piantato nella terra. Ma il tempo, il gelo, l’acqua faranno marcire il moncone e spoglieranno della terra le radici. Tutto si depositerà al suolo come una gibbosità del terreno che a sua volta verrà lentamente appianata. Le radici scheletrite si consumeranno, rifiorirà il sottobosco in questo vuoto naturale e innaturale. Altri occhi vedranno, ma solo se l’essere umano nel mondo saprà ricordarsi dei suoi piccoli angoli. 

Amo le legnaie, il loro odore misto di essenze arboree come una presenza amica. Il segno di una fatica antica dell’uomo, il senso caldo e ancestrale di una provvista sotto la neve, per un rifugio dove il cuore umano passa l’inverno. E Anna, tra un volontariato e l’altro, ha sistemato la nostra con grande perizia, con una dedizione squisitamente femminile e meditativa. 

 

il bosco ulula
scuote anche la legnaia
il vento del nord

stanco di intrichi
appare all’improvviso
il nostro prato

viaggio e viaggio
foglie cadute intorno
ricordando te

 

Riceviamo e diffondiamo

MERCOLEDÌ 14 NOVEMBRE  –  SALA DEI GIUDICI di PALAZZO LOGGIA – BRESCIA

ORE 20.30

mercoledì 14 novembre alle ore 20.30 nella Sala dei Giudici di Palazzo Loggia il movimento pacifista Ora World Mandala e il Centro per la Nonviolenza organizzano un convegno dal titolo “Ambiente, società, spiritualità: l’attualità di Gandhi di fronte alle sfide del nostro tempo”, al quale parteciperà Radha Bhatt, membro della Gandhi Peace Foundation e presidente del Sarva Seva Sangh.85 anni appena compiuti, la storica attivista nonviolenta lavora con la Gujarat Vidyapith, università fondata da Gandhi nel 1920, e dedica la sua vita alla diffusione dei valori propugnati dal maestro. Nata da una famiglia himalayana e fautrice sin da giovanissima del “Programma Costruttivo” elaborato dal Mahātmā, sfugge al matrimonio precoce che era la norma dalle sue parti. Lotta contro una società arretrata in cui dilaga l’analfabetismo, opera per lo sviluppo delle comunità rurali e promuove l’educazione e l’emancipazione femminile.

Dialogheranno con lei Roberto Cammarata (presidente del Consiglio Comunale di Brescia), Tommaso Bobbio (ricercatore dell’Università Statale di Torino), Sonia Deotto e Dario De Cesaris (rispettivamente presidente e vicepresidente di Ora World Mandala).

————————-

Mercoledì sera in Loggia Radha Bhatt presenterà la traduzione italiana del saggio-manifesto “Programma Costruttivo. Suo contesto e significato”, appena pubblicata dalle edizioni Centro Gandhi di Pisa (144 pagine, 16 euro).

Decisivo per comprendere il Gandhi più propriamente politico, il testo risale al 1941 ma è un attualissimo compendio di propedeutica allo sviluppo di strategie nonviolente per il miglioramento sociale. L’autore vi spiega come attuare lo swadeshi, l’autosufficienza economica dei villaggi, attraverso precise linee guida per la strutturazione sociale dell’India: l’unità fra le diverse comunità etniche e religiose, la lotta contro la segregazione degli intoccabili, le campagne contro l’abuso di alcool e droghe anche attraverso iniziative di cura e reinserimento per chi ne è dipendente, la promozione della filatura e tessitura domestica per la produzione dell’abito tradizionale interamente fatto a mano (ancora oggi l’arcolaio campeggia al centro della bandiera indiana), lo sviluppo delle piccole imprese artigiane, la cura dell’igiene autogestita dai villaggi, l’educazione antiautoritaria, l’istruzione degli adulti come prerequisito per sfuggire alla miseria, la coscientizzazione delle donne, l’educazione alla salute di ciascuno, la valorizzazione delle lingue provinciali (soffocate dall’invasione inglese) abbinata all’insegnamento della lingua nazionale, la necessità dell’eguaglianza economica, lo sviluppo del mondo agricolo, la difesa della dignità e sicurezza del lavoro, il coinvolgimento degli aborigeni nella vita politica, la cura dei lebbrosi e il protagonismo studentesco nella creazione della nazione indiana.

Il volume è arricchito dai commenti di alcuni testimoni storici e di studiosi contemporanei, quali Narayan Desai, Rocco Altieri, Sonia Deotto, Tommaso Bobbio, Simona Bodo, Dario De Cesaris, Sudarshan Iyengar, Xicoténcatl Martinez Ruiz, Marco Restelli, Juan Carlos Ruiz Guadalajara e Gaetano Sabatini.