Lunedì di pratica Zen – 24

Pratica di zazen-kinhin-zazen – ore 20/20.15 – 21/21.15

Dopo la pausa Pasquale riprendono i nostri inviti alla pratica Zen del Lunedì sera. Incontri virtuali, per i praticanti del Centro di Brescia che fisicamente si ritrovavano insieme in Via Scuole, ma molto concreti nel luogo dove ognuno si può sedere e lasciare che la Realtà – noi inclusi – si esprima in tutto il suo caleidoscopio di processi, con tutta la potenza delle sue trasformazioni, mirabile e amorevole presenza perfetta in tutte le perfezioni ed imperfezioni. Per questo estendiamo l’invito a tutti, che nessuno possa dire: “io sono escluso!”, poiché tutti ne facciamo parte.

Gassho a tutti gli esseri (e lavoriamo per i più sofferenti)

*

Haiku dall’eremo

altro non posso
respiro i tuoi spasimi
gufo morente

Lunedì di pratica Zen – 23

Pratica di zazen-kinhin-zazen – ore 20/20.15 – 21/21.15

Il covid è arrivato anche sui monti, nei villaggi intorno all’eremo. La via di propagazione è sempre la stessa: qualcuno è sceso per la spesa, per lavoro o altra ragione e poi è risalito con l’ospite indesiderato che si è trasmesso a parenti e amici. Quasi tutti i casi sono leggeri, ma se ne contano anche di gravi e purtroppo anche di morti, data la presenza dei numerosi anziani rimasti, felicemente ancorati alle terre della loro tradizione.
Solo nella profondo della Valvestino, a Magasa, l’isolamento, fino ad ora, ha salvaguardato completamente i residenti del borgo.


“Il tempo vola come una freccia”
e le cose mutano rapidamente
nelle vite delle persone.

Ogni occasione di pratica
è una possibilità che potrebbe
anche non ripetersi domani.

Agire e meditare
al servizio di un’umanità possibile
è un risveglio che non va perduto.

A tutti, Gassho

Quando senso civico e coesione sociale vengono prima dell’io-me

A oggi il Giappone conta 119 mila casi totali di coronavirus e 1.874 decessi dall’inizio dell’epidemia, numeri che molte delle nazioni europee più colpite macinano in pochi giorni. A rendere questi dati davvero straordinari è inoltre il fatto che ai cittadini del Sol Levante non sia stata imposta alcuna misura coercitiva per limitare la diffusione del contagio. Il confronto è quindi impressionante anche con un’altra nazione asiatica, la Corea del Sud, che è riuscita sì a vincere in fretta la battaglia contro il Covid ma solo grazie a durissime misure di lockdown, a una campagna di test capillare e all’obbligo di installare un’applicazione per il tracciamento dei contatti. 

Nulla di tutto questo è avvenuto in Giappone. Alla popolazione è stato semplicemente chiesto di rispettare le norme igienico-sanitarie e i luoghi pubblici a maggior rischiosono stati chiusi con grande anticipo, scuole incluse. E tanto è bastato. Nessuna restrizione che paralizzasse per mesi l’economia di una nazione che per decenni aveva lottato con tassi di crescita bassissimi e oggi segna il maggior incremento del Pil in 40 anni grazie soprattutto all’impennata dei consumi privati. Che vogliono dire ristoranti e tempo libero, ovvero quanto ora è precluso agli europei.

La scommessa di Abe

Eppure in Giappone c’erano tutti i presupposti per una tempesta perfetta: una popolazione tra le più anziane del mondo e una densità abitativa con pochi paragoni. E in effetti a febbraio Tokyo sembrava destinata a diventare uno degli epicentri mondiali della pandemia. Nella capitale nipponica il picco di contagi fu invece pari a 206 in 24 ore il 17 aprile. Il 22 maggio il numero di nuovi casi era già sceso a tre, in una città con quasi 14 milioni di abitanti. Un sospiro di sollievo per il premier Shinzo Abe, che temeva di finire nell’ignominia la sua lunga carriera politica e ha lasciato invece, lo scorso 16 settembre, un Paese tra i pochissimi al mondo a poter cantare vittoria nella guerra al virus. […]

In un discorso alla nazione trasmesso per televisione, Abe fece appello al senso civico del popolo nipponico, richiamando lo spirito di unità dei giorni successivi allo tsunami che causò il disastro nucleare di Fukushima. Il premier chiese ai cittadini di ridurre i contatti umani del 70-80% e domandò alle aziende di far lavorare in remoto quanti più dipendenti possibile e, nei casi in cui il telelavoro fosse inattuabile, di strutturare i turni in modo da ridurre al minimo il numero di persone contemporaneamente in ufficio. In questo modo, affermò Abe, il picco dell’epidemia avrebbe potuto essere raggiunto in due settimane. Peccò per eccesso. Ci vollero appena 10 giorni.

Chiudere subito per riaprire il prima possibile

Parte del successo del modello nipponico sta nell’aver ridotto subito al minimo le possibilità di assembramenti mentre altri Paesi esitavano. Se la popolazione non era stata sottoposta a limitazioni della libertà personale, le scuole erano già state chiuse agli inizi di marzo, altra iniziativa di Abe che fu criticatissima. E già a febbraio, quando il picco era ancora lontano, c’era stata la serrata di musei, teatri, parchi a tema e stadi. Quando, il 10 marzo scorso, in Gran Bretagna 150 mila persone si erano recate a Cheltenham per assistere al celebre torneo di equitazione, in Giappone il campionato di calcio era già stato sospeso tre settimane prima.

Le chiusure precoci spiegano però solo in parte perché già a fine maggio i giapponesi fossero potuti tornare a cenare fuori. Molte delle norme igenico-sanitarie necessarie a limitare i contagi erano già parte del modus vivendi nipponico. Per un giapponese indossare una mascherina era già un’abitudine normale d’inverno, per proteggersi dall’influenza, e in primavera, per combattere le allergie stagionali. L’abitudine di salutarsi chinando il capo invece che stringendosi la mano o abbracciandosi, il togliersi le scarpe all’ingresso delle abitazioni e un’igiene personale rigorosa sono stati altri fattori che hanno contribuito ad abbattere in fretta la curva. […]

“Non credo che il calo del numero delle infezioni sia dipeso dalle politiche del governo”, spiegò al Guardian il vicedirettore dell’ospedale dell’Università di Tokyo, Ryuji Koike, “credo che in Giappone stia andando bene grazie a fattori che non possono essere misurati, come le abitudini di tutti i giorni e il comportamento dei giapponesi”. Insomma, magari non c’entrava proprio il ‘mindo’ menzionato da Aso ma sicuramente è stata questione di ‘jishuku’, ovvero autodisciplina.

(AGI, 16/11/20)

Lunedì di pratica Zen – 22

Pratica di zazen-kinhin-zazen – ore 20/20.15 – 21/21.15

Nell’invitare tutti alla pratica zen del lunedì sera ricordiamo le tante cose che l’io può fare. Può per esempio prendere coscienza della sua fragilità e impermanenza. Tutti siamo condannati a morte in libertà provvisoria. Tuttavia può imparare a sentire anche con quale grande forza determina e domina i nostri comportamenti e prova quel che prova, sente quel che sente. Può vedere tutti i suoi tentativi di cercare una gioia, delle sicurezze, un senso, qualcosa al quale aggrapparsi e per il quale meriti vivere. Può per esempio decidere di sedere, in alcuni momenti della giornata, in meditazione. Dopo di che, mentre è seduto, è bene che non faccia più nulla.


Un’onda marina non ha bisogno
di fare nulla per essere mare:

lo è già e non può non esserlo.

Può invece vivere la coscienza
di esserlo, oppure no.

Nel primo caso vive la vita del mare
vivendo gli infiniti mutamenti
di sé e dei giorni.

E’ in corsa nel mare aperto, non un tetto
sulla testa, non un palmo di terra
sotto i piedi

eppure è sempre a casa.

Nell’altro caso è mare
che cerca il mare.

E’ acqua nell’acqua
che cerca ancora l’acqua

come un assetato può cercarla

aggrappandosi ora a questa speranza
ora a quel sogno.

E rifuggendo ogni ora, invano
le paure che lo vanno a visitare.

Gassho a tutti gli esseri, un abbraccio ai più sofferenti

Lunedì di pratica Zen – 21

Rinnoviamo l’invito alla pratica di zazen-kinhin-zazen , questa sera all’ora solita, e lo estendiamo, come sempre, a tutti. Non è mai tardi per cominciare. La vita afferma la sua incommensurabile presenza in ogni attimo e in ogni respiro, in qualsiasi condizione, dalla più sofferente alla più gioiosa. A noi il compito di viverla comunque, risolvendo la sofferenza là dove ci si può impegnare a risolverla, con tutto il nostro impegno, ma realizzandone la natura, che è la natura di ogni cosa, al di là di ogni “vittoria, sconfitta e quel che c’è nel mezzo”.

Un Gassho amorevole a tutti gli esseri, e in particolare ai più sofferenti.

Avviso ai naviganti e altre suggestioni: “sull’essere qui, sull’essere ora”
3 – fine

Cominciamo perciò col riprendere il senso
dell’attimo presente:

“Dove vuoi andare anima mia?”

Cominciamo pure col riconoscere questa
corrente di energia inquieta che
“vorrebbe essere qui”

e col prendere coscienza
che anch’essa è già qui e ora:

“Inutile tentare di entrare, c’è solo il dentro.
Inutile temere di uscire, non c’è un fuori”.

Cominciamo a lasciarci andare
al ritmo naturale del respiro

che è squisitamente presente
nel “presente che avviene”.

Dove anche l’io avviene
come ogni altra forma

nell’ineffabilità non priva di bocca,
non di parole, della coscienza
panoramica,

nel qui e ora eterno
del Primo Principio.

Lunedì di pratica Zen – 20

Altri 318 morti anche oggi, mentre alcuni cercano di accappararsi vaccini e cure. Mai come in questi momenti si apre il divario tra chi pensa solo per sé, parenti, amici e affini e chi cerca di agire per rettitudine, equanimità e magari trasparente funzionalità: far bene le cose “senza io”, e senza che l’io faccia precedere il suo tornaconto. Mushin (無心), secondo lo zen: l’azione disinteressata, senza calcolo.

A tutti rinnoviamo l’invito stasera dalle 20.15 alle 21.15 per la pratica di zazen e kinhin. Gassho a tutti gli esseri a cominciare da chi soffre e ha visto soffrire.

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Avviso ai naviganti e altre suggestioni: “sull’essere qui, sull’essere ora”
2

Ma attenzione: essere qui
non è lo “sforzo di essere qui”

perché anche lo sforzo di essere qui
è un movimento verso un illusorio altrove

chiamato: “cercare di essere qui”,

dato che in realtà siamo già qui
e nessun sforzo è necessario per esserlo,

anche quando rimembriamo il passato
o stiamo progettando il futuro.

Anche quando siamo immersi in qualche
illusorio altrove (anch’esso qui).

Semplicemente: siamo inconsapevoli
d’essere qui a farlo.

Lunedì di pratica Zen – 19

In questo marzo che comincia, tra fioriture inattese e la sofferenza che regna ancora in troppi animi, in troppi corpi, da troppe parti del mondo, noi invitiamo per una volta ancora, e poi ancora, a sederci in zazen e camminare in kinhin, dalle 20 alle 21, in piena consapevolezza della nostra impermanenza, ma anche del nostro volto originario che esprime tutto di noi e della vita del mondo. Perché vivere in esilio quando l’essere è la nostra casa, perché aggirarsi assetati quando l’acqua sgorga copiosa. Viviamo la calma e la tempesta, allunghiamo le braccia per aiutare, e lasciamo che le stagioni mirabilmente si susseguano.

*

Avviso ai naviganti e altre suggestioni: “sull’essere qui, sull’essere ora”
1

L’essere qui è privo di ogni movimento
verso un altrove, pure se stiamo
camminando verso una meta.

Ogni passo è completo in sé, nessun
attimo è svilito a mero strumento
per arrivare a un altro.

Arriveremo alla meta come tutti,
lenti o veloci che sia,

ma non una virgola di tempo,
un metro di viaggio,

verrà ridotto nella sua croce
e nella sua gloria.