Maggio

   Si fa presto a dire eremo, come se l’isolamento fosse un fiore all’occhiello, un segno di distinzione, una sussiegosa prerogativa di separazione dal mondo, ma il mese comincia con la festa del lavoro e dei lavoratori ed è proprio in questi posti che rimangono le vestigia del lavoro più duro, le memorie dei lavoratori, montanari, contadini e carbonai, che per secoli hanno consumato schiena e pane sui nostri tratturi, su ogni pendio terrazzabile, dissodabile, coltivabile, trasformabile in spiazzo circolare sul quale edificare la catasta di legna da carbonare. Raccontano ancora i vecchi testimoni che da tutta la Valvestino salivano colonne di fumo delle carbonaie. I sacchi di carbone, poi, su carri trainati da buoi percorrevano la valle e risalivano faticosamente per questo valico, dove passava la vecchia strada comunale che scendeva verso  l’alto e medio Garda. Dove ora c’è un bosco lasciato ai tronchi caduti o tagliati e abbandonati insieme alle plastiche di un lavoro alienato e senz’anima, crescevano piccoli campi di granturco, segàboi, prati magri, pascoli. I bambini correvano da una parte all’altra della valle, da un fienile all’altro, da un terreno ad un’erta per portare pane e companatico ai padri, ai fratelli maggiori, ai nonni.

    Con un po’ di legna in spalla e una semplice cartella guadavano torrenti e risalivano pendii, anche un’ora di cammino per recarsi a scuola. Le donne a rastrellare sui fianchi scoscesi, la cucina, la stalla, la casa, il bucato, le maternità, i rammendi, un lavoro che non finiva mai.

    Ora le cose sono cambiate proprio grazie al lavoro dell’uomo. Le colonne di fumo, magari, si sono trasferite dalle carbonaie alle fonderie delle valli contigue, ma è innegabile che l’evoluzione s’è portata via la fatica agra, la miseria diffusa, le malattie endemiche. È quindi bene che si sappia cos’è un eremo come il nostro: un territorio fisico e spirituale immerso nel territorio del tempo della più vasta umanità che lo abita, lo lavora e interagisce con l’umanità ancora più vasta del mondo intero. Ieri come oggi – anche se sempre pochi per scelta e in migratorio calo per tradizione – e da esso trae libertà, ispirazione e giusto sostentamento. La quintessenza del primo maggio.

    Stavolta è il cane di un altro, relativamente parlando, “vicino” ad averci fatto visita, ululando lamentosamente. Si è fermato giù sulla strada sterrata, dove precipita il pendio del podere ed è rimasto immobile a guardarci, rivolgendoci quella nota prolungata di afflizione. Poi ha risalito la china e si è rifermato a pochi passi, mai cessando di guaire. Era un verso ancestrale su questa antica terra di “luparia”, lupi appunto.
Preoccupati ci siamo chiesti se qualcuno: il vicino, il cane stesso, stesse male, ma nessuna macchina o altro segno indicava una presenza umana e per quanto riguarda il cane, lentamente si è voltato e se n’è tornato a casa. In silenzio.

   Dopo poche ore, mentre uscivamo dalla montagna, una bufera di grandine ha investito la provinciale che dalle terre alte riporta in basso alla strada gardesana occidentale. Le frazioni montane imbiancate, come nemmeno a Natale, sembravano barricate sotto i colpi e le sferze dei chicchi di ghiaccio. Dieci centimetri buoni ingombravano tratti di strada ruscellante. Nonostante la trazione integrale andavamo a passo d’uomo seguiti da altre vetture che s’erano accodate. Piante da frutto e orti, diversamente da noi qui già in produzione, essendo affacciati sul termosifone del Garda, venivano straziate le prime e sepolti sotto il ghiaccio i secondi. Solo sulle rive della grande acqua la furia si è calmata.

   Con spatola e pennello, fuga dopo fuga, tra una pietra e l’altra il muretto è finito. E già l’occhio si volge attorno per il prossimo lavoro. Siamo coscienti che non sarà mai finita: finiremo noi, ma non i lavori. E basterebbero pochi mesi, come scrivemmo in esordio di Eremo di mezzo, perché la selva ritorni a ricoprire le nostre tracce. A che pro, dunque? Rileggete “Ottobre” e avrete un indizio.

   Nell’orto Anna ha finito le prime seminagioni, teso ovunque le reti antigrandine e sistemati i fiori attorno all’eremo. A tempo perso ha curato la casa, la cucina, gli abiti da lavoro e il suo uomo. Come sopra, il lavoro di una donna non finisce mai. In compenso, spesso è più oscuro e meno riconosciuto. Ma quando sediamo in zazen non c’è più maschio, non c’è più femmina.

   Stavolta i due giorni di zazen intensivo sono iniziati dopo un nubifragio, proseguiti con alternanza di nuvole e sole e terminati con squarci di sereno. Appena arrivati abbiamo preso vaschetta e catino e li abbiamo messi sotto la gocce che cadevano dal lucernario ostruito dalle foglie e “lavorato” dai nostri amici ghiri, ospiti irriducibili del tetto, nonostante le nostre ripetute campagne di dissuasione. Le loro gallerie nell’isolante del sottotetto sono un capolavoro di equilibrio e d’ingegneria. Si cammina sulle tegole per la pulizia periodica dalle foglie, come se sotto tutto fosse compatto e non il regno di gruviera dei roditori. Il vecchio Nino ci ha rivelato il suo modo di liberarsene: mangiarli. Alle nostre rimostranze ha spalancato gli occhi e ha candidamente aggiunto: “ma perché?! Sono dolci, sono buoni eh!”

   Ora, se uno non ha mai praticato con lo stillicidio di una goccia che cade dal tetto, in troppo lenta, impercettibile regressione, “soffre di un grave caso di verginità”, tanto per citare Osborne di Ricorda con rabbia (anche se lui si riferiva ovviamente a un’esperienza ben più drammatica). Prima della riparazione – prontamente eseguita in giornata –  o la pratica è anche la goccia, come pure lo spazio senza tempo fra una goccia e l’altra, oppure la goccia, che certo non si farà scordare, se non a tratti, nemmeno persi in qualche illusoria distrazione, ti martellerà implacabile tenendoti fuori dalla pratica, e tenendoti in attesa della successiva. Il che a ben vedere è un’altra forma di pratica.

Tre meditanti
una goccia dal tetto
quattro nel dojo

 

   Una nostra amica ci ha scritto di andarla a trovare. così un pomeriggio abbiamo imboccato l’autostrada delle nostre ferie, che scavalca il Po, risale gli Appennini e trova un primo approdo in Lunigiana, al mare della Liguria e della Toscana. Stavolta, però abbiamo percorso la verde bassa bresciana, intensa di campi e vastissimi cieli verso l’hospice di una persona aggredita dal tumore e in plurimetastasi. L’abbraccio è stato intenso e caloroso. Parole e silenzi bene accolti, senza ombra di imbarazzi. Tutto era così evidente e vero. Le abbiamo regalato il libro Cinque Inviti di Ostaseski, ma alla fine è toccato a noi ringraziare, per l’umanità della persona e il sorriso dell’amica. Altro non voglio dire. La retorica è bandita.

 

Va bene

Va bene, il fascismo è morto e sepolto.
D’accordo il contesto è diverso
e non si possono usare

disinvoltamente categorie 
che sono storiche.

Vorrà dire che è un altro fascismo
una cosa così nuova da fare
cose vecchie, con l’aria
d’esser prime

ché la violenza e l’intolleranza
sono a sé stesse sempre 
uguali.

Va bene il popolo, ma quale?

Va bene il popolo, ma quale?

Quello che preferisce Barabba
e urla in piazza crucifige

a un uomo coronato
di spine?

oppure le folle osannanti 
“duce… führer”?

Quello che spezza il pane
con gli ultimi, 

quello che vuole la pena 
di morte, o quello

che presta il suo braccio, 
anche solo un complice silenzio 
ai naufragi, ai gulag 
ai lager?

Di quale popolo parliamo:
dell’oscuramento collettivo

o dell’alba
di una nuova coscienza?

Riceviamo e diffondiamo

Un libro di Pasquale Pugliese

Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini”

Elementi per la liberazione dalla violenza”

che si terrà

VENERDI’ 24 MAGGIO alle ore 18,30

presso il Centro per la Nonviolenza di via Milano 65 a Brescia

Pasquale Pugliese è segretario nazionale del Movimento Nonviolento ed è tra i redattori della rivista “Azione nonviolenta”. Dopo gli studi filosofici, oggi si occupa di progettazione e supervisione educativa e di politiche giovanili. Inoltre cura percorsi e laboratori sulla nonviolenza e la formazione dei volontari civili.

In questa sua opera ci introduce al pensiero di Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza, antifascista, fondatore del Movimento Nonviolento, e al suo percorso filosofico, etico, politico, religioso e pedagogico che possiamo annoverare fra i più radicali e innovativi del novecento italiano.

Ti aspettiamo!

Movimento Nonviolento di Brescia

Il mondo umano

Il mondo umano, per ignoranza e illusione
si edifica dall’io in poi

e soffre e fa soffrire tutto quello che può soffrire
e far soffrire una coscienza personale che brama
di possedere vita, gioia e morte, ma non possiede 

nemmeno se stessa, inconsistente
come una bolla, suscettibile ogni istante
di dissolvenza,

e trema, infatti, al solo pensiero della dissolvenza
che cerca inutilmente di rimuovere.

La pratica meditativa lavora dall’io al “prima”,
un prima eternamente qui e ora

e lascia esprimere la Realtà che è forma,
la forma che è Realtà, ricomprendendo
in ciò anche l’io e il suo poi.

È la goccia che si riconosce mare

 – unico segno identitario universale –

nel medesimo istante senza tempo
in cui il mare si riconosce goccia

modulandosi in flutti e correnti
che chiamiamo eventi
e diversità

dove ancora tempestosa è la nostra 
acqua, tra lotte e desideri
sete d’amore e fame d’esistenza,

ma con animo di compassione, 
in equanimi giorni, di vivide stagioni.

APRILE

Un cavallino, quello dei soliti vicini, gli stessi delle capre fameliche per intenderci, è venuto a farci visita e si è dedicato con molta attenzione ai fiori che Anna cura con un’attenzione ancora più grande. Tuttavia, dato che le mancanze degli uomini non ricadono sui cavalli, o almeno non dovrebbero, e poiché ci veniva a cercare con lo sguardo e con il muso, lo abbiamo accolto carezzandolo e correndo con lui nel prato, prima di indirizzarlo sulla via di casa. Mai visto un cavallino sgroppare così felice e libero. Avanti e indietro, su e giù, per lungo e per traverso, scuotendo la criniera e scalciando all’aria, per poi fermarsi a tratti e girarsi verso di noi con aria interrogativa: “…e mo’ dove siete rimasti?!”

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    Il ritiro di pratica meditativa di fine aprile si è svolto tra i vapori fumiganti delle nuvole che attraversavano il passo radenti il suolo e improvvisi squarci di sereno e vampate di sole. Proprio il sole ha benedetto il primo giorno di ritiro, mentre una pioggia gelida ha benedetto a tratti il secondo. Dice infatti il poeta: “se il freddo intenso non penetra nelle ossa, come possono essere fragranti i fiori di susino?” E come possono brillare come gioielli le braci nella stufa, dalla soglia di casa?

     Sedersi in meditazione quando le luci delle città, laggiù nella pianura, ebbre vanno a dormire e rialzarsi nell’alba del mondo, quale notte bianca dello spirito ha da essere in ogni convento, monastero e luogo di pratica disseminato sulla terra!

Ogni attimo è
sia inizio che fine
non porta ad un altro attimo.

Ogni zazen è il primo e l’ultimo,
non porta a un altro zazen.

E per quanto possiamo sforzarci
non siamo noi a fare la pratica
ma la pratica a fare noi.

     Davanti a ragazzi attenti e partecipi di un istituto superiore della nostra provincia, abbiamo tenuto un incontro sul dialogo policulturale e interreligioso, seguito da un testimonianza sull’obiezione di coscienza all’uso delle armi e sul servizio civile. Che gran cosa tornare a percorrere i corridoi scolastici affollati da giovani che potrebbero essere i figli e forse anche i nipoti dei nostri alunni di un tempo.

     Sono ripresi i lavori per finire il ‘muretto a scendere’ che sostiene il vialetto d’entrata all’eremo. I problemi della progettazione sono stati superati, sia pure da modesto costruttore dilettante quale sono. Una mattina ho aperto gli occhi senza più il groviglio della sera e tutto era diventato chiaro, vedevo nella mente le soluzioni.

     La poca acqua rimasta nei serbatoi di casa se n’era andata per l’uso e per un guasto alla conduttura – prontamente riparato – ma le piogge anelate dai boschi e dalla terra sono arrivate copiose sui tetti e sui pascoli, sulle cime e sui pendii, sulle fronde e tra i rami. Sono penetrate nel suolo, hanno rabboccato le falde, alimentato le sorgenti, riempito le cisterne, ammorbidito i tratturi, calmato gli sterrati polverosi. E alzando gli occhi vediamo neve abbondante in quota.

     Ora i torrenti rumoreggiano nelle gole, le acque serpeggiano nei fondovalle con un gorgogliare uniforme e incessante fino ai fiumi, ai laghi e ancora ai fiumi e alla grande pianura che si stende ai nostri piedi e che ora beve finalmente. L’umidità al suolo ha ravvivato erba e fiori. Gocce di pioggia e rugiada mattutina ingannano gli occhi sulla polmonaria, mischiandosi con le macchie tonde e chiare proprie delle foglie, così che uno non sa più quali sono le gocce e quali le macchie, a meno che vada a scuotere le foglie, vistose ed eleganti. Un brulicare di forme e di essenze danno vita al prato che da raso è ora gonfio di steli come un intricato universo di vuoto e di pieni.

     Molte piante spontanee hanno anticipato l’orto. Dopo la cicoria è ora l’asparago di montagna, fresco e amarognolo, le salvie buone da impanare, la comune piantaggine, il primo iperico, la piccola carota selvatica dal gusto intenso e inaspettato. Decine e decine di erbe che ci terranno compagnia fino allo sfalcio d’esordio in maggio, per poi ricrescere dopo ogni taglio lungo tutto il resto della primavera e per l’intera estate, quando i prodotti dell’orto ci consentiranno di contemplarle e lasciarle in pace.

Nell’alba pallida
scuro e chiaro un buddha
lucente luna

 

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Il modo migliore

 

Il modo migliore di realizzare
un risultato è dimenticarlo

e dedicarsi al cammino
che lo realizza.

il modo migliore di realizzare
il cammino è dimenticarlo

e dedicarsi ad ogni passo.

Il modo migliore di realizzare
ogni passo è dimenticarlo

e dedicarsi a “questo passo”.

Il modo migliore di realizzare
“questo passo” è dimenticare:

“questo passo”,

e semplicemente farlo.