La gioia è sempre la benvenuta

La gioia è sempre la benvenuta, ma i piaceri
nascondono mani di carnefice.

Il dolore dell’animo, da parte sua, ha qualcosa
di sublime

ed è subito redento
quando si apre alla sua natura ineffabile

e si amplia in cerchi la cui “circonferenza
è ancora infinito”.

Dove volete andare, anime
se nel vostro respiro respira l’universo

dove volete cercare, se ciò che anelate
è sempre qui e già ovunque

ad aprire il vostro guardare.

Riceviamo e ospitiamo

“La Rivista Mosaico di Pace mi ha chiesto un articolo (6000 battute) sul giorno del ricordo questo mi è venuto…
mi hanno anche chiesto di collaborare ad un dossier sul tema, vedremo… bisogna partire da qualche punto e cercare una leva

Adriano”

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“Quale legge per il giorno del Ricordo?

Negli anni ’90 è diventato egemone nella classe politica italiana il fascino del sistema maggioritario. Successivamente per un voto moderato in più, con l’ansia della memoria condivisa, rinasce in Italia il ricordo delle foibe e delle “atrocità comuniste titine”. Vengono così recuperati modi e ricordi della propaganda fascista.

Lo sdoganamento del ventennio fascista fatto per accreditarci come moderati filooccidentali degni di stare al governo è stato l’inizio di una deriva che viviamo ancora oggi. Ci sono voluti alcuni anni, ma nel marzo 2004, con il governo Berlusconi e largo consenso bipartisan, si è arrivati ad approvare una legge sul “Giorno del Ricordo”, nota a tutti come la Giornata delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Per esemplificare come si mistifica la storia, cito l’art. 2 comma 3 della legge: “Agli infoibati sono equiparati a tutti gli effetti gli scomparsi e quanti nello stesso periodo e nelle stesse zone sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”. Insomma, bisogna far dimenticare che nei Balcani negli anni ’40 era in corso una feroce guerra di liberazione contro l’invasione nazifascista. Fa comodo avere una legge che definisce come infoibati tutti i morti e gli scomparsi di quel periodo.

In Europa nel dopoguerra furono decine di migliaia le vittime delle vendette contro fascisti, nazisti e collaborazionisti: è l’esito tragico di ogni guerra. Queste vittime vengono tutte trascurate. Solo noi Italiani siamo stati vittime innocenti e ci vuole un Giorno apposito per ricordarlo, si comincia già nel gennaio del ’44 (vedi foto allegata). Si inizia così a parlare per l’Istria di centinaia di infoibati, che diventeranno migliaia e poi decine di migliaia, per rilanciare il mito del “buon italiano” vittima del feroce bolscevico. Poi nel ’45 si inventano altre migliaia di infoibati nel Pozzo di Basovizza. Se i barbari “sciavi” ci hanno vinto è perché sono di una crudeltà inumana.

Non una parola sulle stragi e le violenze perpetrate dal nostro esercito sul Confine Orientale dopo l’invasione nazifascista nel 1941 del Regno jugoslavo. Vengono ignorate le deportazioni di donne, bambini e vecchi in decine di campi di concentramento italiani, in condizioni pari ai lager nazisti. Non si ricordano i paesi e villaggi da noi bruciati per rappresaglia. Meglio tacere anche sulla Risiera di San Sabba: lì sotto il comando del Terzo Reich si lasciavano bruciare gli slavi nei forni gestiti dai nostri alleati nazisti.

Va pure cancellato quanto è avvenuto dal 1919 con un ventennio di “bonifica etnica” antislava: divieto di usare la lingua slava, italianizzazione dei cognomi, epurazione del clero slavo pericolosamente “allogeno”, impossibilità di esercitare attività economiche per i non italiani e conseguente migrazione degli “altri”.

Ci furono diverse centinaia di vittime nelle vendette della insurrezione popolare istriana nel settembre del ’43, realtà tragicamente usuali in tali contesti. La nostra propaganda di regime fa credere che le persone sono state uccise solo “in quanto italiane”. Si parla di pulizia etnica anti-italiana, eppure si sa che decine di migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre hanno combattuto con l’esercito di liberazione jugoslavo. Si sa e non si spiega perché migliaia di soldati italiani sono stati salvati dalla deportazione in Germania da partigiani slavi e nascosti dalla popolazione croata e slovena.

E poi, sul Confine Orientale, chi all’epoca non “risultava” italiano? Ad esempio, il francescano Padre Flaminio Rocchi, fra i più citati e conosciuti inventori di storie sulle foibe, era in realtà Anton Sokolic di famiglia croata.

Si finisce poi di parlare dell’esodo come fosse una tragedia solo italiana, e si dimenticano i milioni di rifugiati in tutta Europa durante la guerra e dopo il ‘45 con la ridefinizione dei confini in chiave rigidamente nazionalistica. Si enfatizzano singoli e circoscritti casi di maltrattamenti per una narrazione di persecuzioni e disagi patiti dagli esuli giuliano-dalmati anche all’arrivo in Patria. Vittimisticamente si ignora il contesto di distruzione post-bellica per i tanti residenti in Italia. Si dimenticano volutamente i tanti provvedimenti adottati per anni a favore degli stessi profughi, tra cui: sostegno economico, facilitazione per trovare posti di lavoro e abitazione in sostituzione degli alloggi provvisori.

 In fondo, anche la data del 10 febbraio 2004 è stata voluta per cancellare il ricordo del 10 febbraio 1947. In quel giorno a Parigi veniva firmato il Trattato di pace e l’Italia cominciava a pagare il conto per una guerra voluta dal fascismo imperiale, con il corollario di distruzioni e profughi. Una ideologia totalitaria che ora rialza la testa con i suoi vari eredi, in nome di una necessaria italianità condivisa e perfino di una memoria corporativa e razzista, come a Fiume insegnava Gabriele d’Annunzio.”

Adriano Moratto, figlio di esuli istriani – Brescia

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Piena solidarietà a tutte le vittime dell’odio

Piena solidarietà a tutte le vittime dell’odio.

Non voglio che la mia terra di vita e di meditazione,
Rezzato in particolare,

che ha visto e vede tante iniziative democratiche
e culturali, marce della pace, la prima

obiezione di coscienza bresciana
all’uso delle armi e alla guerra

venga associata a questi
gesti d’intolleranza

e violenza.

Riceviamo e diffondiamo

Cari tutti/e

pensando di fare cosa gradita vi inviamo, in allegato, una sintesi delle iniziative promosse dalla sezione bresciana del Movimento Nonviolento, nell’anno appena concluso.

La nostra sede di via Milano è aperta a tutti/e: singoli, Associazioni e Movimenti che ne condividano i presupposti e, nei più svariati ambiti, lavorino per la costruzione di una società più giusta e democratica, aperta, accogliente, disarmata e operante nella risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Ci sembra importante sottolineare che la continuità della presenza nonviolenta a Brescia, più di 40 anni ormai, si è resa possibile anche grazie a questo luogo, diventato punto di riferimento per tutti coloro che hanno creduto e credono nella nonviolenza come forza attiva e rivoluzionaria, volta alla ricerca della pace e della giustizia sociale.

Ma questa struttura ha notevoli costi di gestione che, da sempre e tutt’ora, sono sostenuti esclusivamente con le donazioni di singole persone, non usufruendo di nessun contributo istituzionale.

Siamo perciò a chiedervi, se condividete le nostre proposte, di collaborare al mantenimento di questo luogo, versando un libero contributo.

Sappiamo che molti di noi sono già impegnati a sostenere altre importanti campagne e Associazioni, ma chiediamo ugualmente uno sforzo, secondo le possibilità di ognuno.
Anche un piccolo contributo può essere di grande aiuto.

Grazie per l’attenzione

Movimento Nonviolento sez. Brescia

▷ Queste le nostre coordinate bancarie presso Banca Popolare Etica

MOVIMENTO NONVIOLENTO BRESCIA –

CODICE IBAN IT81T0501811200000011381928

▷ Per usufruire della detrazione ai fini fiscali per i quali verrà rilasciata regolare ricevuta, effettuare il versamento alla sede nazionale specificando nella causale “PER LA SEDE DI BRESCIA”, con queste coordinate bancarie

MOVIMENTO NONVIOLENTO

CODICE IBAN IT35U0760111700000018745455

Oppure direttamente nella nostra sede di Via Milano, 65 il lunedì e il mercoledì dalle 15 alle 18

(Nota del blogger: per ragioni tecniche non ci è possibile riportare l’allegato annunciato ad inizio lettera. Chiunque fosse interessato a riceverlo, può andare alla pagina contatti di questo blog e richiederlo. Verrà subito inviato.)

In memoria di Severino

“Bisogna morire prima di morire:
il nostro piccolo io deve morire”

vuoto a se stesso, povero
e trasparente in spirito

così da vivere la nostra universalità,
ciò che siamo, siamo sempre stati
e non possiamo non essere…

…e che al momento di morire
continueremo a essere:

ciò che siamo, siamo sempre stati
e non possiamo non essere.

La “morte” di Severino

In occasione dello “sciogliersi dell’onda Severino” ripubblichiamo un nostro contributo alla sua figura, apparso su questo blog nel marzo 2018:

A proposito del bel Convegno in questi giorni a Brescia sul pensiero di Emanuele Severino

Ciò che appare singolare quando si parla di Emanuele Severino non è l’accostamento, sensato, alla nuova Fisica ma il mancato accostamento con la filosofia buddhista, ambedue tacciati, tra l’altro, Severino e il buddhismo di essere alternativamente panteisti o atei.

Poi leggiamo frasi, addirittura titoli: “La legna non diventa cenere”, scritti da Severino che scopriamo essere le stesse parole di Dogen maestro Zen del 1200 per affermare le stesse ragioni, anche se fondate sull’esperienza meditativa, più che sull’attività speculativa. (Ragione questa, per ulteriori approfondimenti, semmai, invece che motivo di estraneità e immediato e liquidatorio tentativo di ignorare l’accostamento e la miniera di relazioni intercorrenti, di pensiero e di vita. Si veda, nel mio piccolo – e scusate l’autocitazione – il capitolo “L’acqua che scorre immobile”, pag.22-23, in Claudio Bedussi, La follia dell’onda, Edizioni Sotterranee, 2012 ).

Oppure vogliamo accostare l’espressione: “la questione dell’eterno come la manifestazione del divenire” (Antonio Gnoli, “L’eterno ritorno di Severino l’ultimo dei parmenidei”, La Repubblica, pag.37, Cultura, 1/3/18)

con il Sutra del Cuore: “Il vuoto è forma la forma è vuoto”,
con Hakuin Zenji: “dimorando nell’immobile che è il movimento stesso”?

Siamo d’accordo sulla “follia dell’Occidente”, preda del nichilismo, sull’Occidente ”come il luogo dove si è manifestato l’errore”, ma anche sull’Occidente come “errante”, in ricerca della Verità.

Se tuttavia non si coglie quanto di ausilio in tale ricerca potrebbe essere la ricerca e il pensiero buddhista (e non solo quelli, naturalmente), fondati su di una parola diretta emanazione di un’esperienza di vita, (quella sì che sfugge al nichilismo), temo che la ricerca occidentale della Verità si privi di elementi così importanti da dover rimanere a lungo sulla strada, per non dire in eterna diaspora, magari girando in tondo, magari avviluppata in un bozzolo vanificante la ricerca stessa, per poi scoprire o riscoprire magari ciò che altre tradizioni, o altre voci, hanno già scoperto, da noi inascoltate, da poco o da qualche millennio. E non mi riferisco solo a quelle orientali: Eckhart e Simone Weil, tra le altre, docet.

Il Risveglio è sempre inintenzionale

Il Risveglio è sempre inintenzionale,
Libero da cause e condizionamenti,

però spesso è un risultato inintenzionale
di un’azione o sforzo intenzionale,
tesi o meno a produrlo.

Ma non tutti gli sforzi intenzionali
approdano a un tale risultato inintenzionale.

Solo quando lo sforzo intenzionale produce
l’esaurimento di ogni tentativo intenzionale

(per scioglimento in uno stato di rarefazione,
armonico,o per impossibilità di sostenerlo oltre:
stanchezza, “paralisi”, vicolo cieco, groviglio
inestricabile, nessuna direzione visibile, ecc.)

e l’intellezione giace (la Grande Morte) impossibilitata
a continuare a generare la frattura illusoria
soggetto-oggetto

quindi proprio nello spazio-attimo
in cui non c’è più sforzo intenzionale
può emergere il risultato inintenzionale.

In un certo senso, il risultato inintenzionale
è indipendente dallo sforzo intenzionale,
perché scatta solo in assenza di tale sforzo.

Ma come abbiamo visto
per arrivare all’assenza di tale sforzo
per smettere in sostanza di essere la realtà
che divide sé stessa in io-altro, soggetto-oggetto
sé e non sé, uno dei modi è quello di intensificare
lo sforzo fino alla sua caduta, per esaurimento di forza.

In realtà, anche cessando subito, qui e ora
lo sforzo intenzionale di raggiungere il risveglio,

il Risveglio emergerebbe all’istante, se fosse davvero
cessazione chicchessia (mushin), ovvero realizzazione,
non attaccamento, abbandono (shikantaza).

Invece finché resta la mente abituale
che crede solo d’aver cessato, e quindi ancora rimane
avviluppata nei suoi oggetti (mente concettuale),

essa permane
nello stato di illusoria frattura duale.
(La frattura è sempre illusoria)

Resta da dire che l’emersione inintenzionale,
che è il Risveglio, non va confuso con uno stato
in cui tutte le differenze sono scomparse,
smemorate in un indistinto (ir)reale.

Tutte le differenze invece permangono
e ben distinte, ma non separate, proprio come correnti
espressive di un ineffabile oceano.

La lezione di Fra Cristoforo

Una mattina stavo guidando
su per la stretta via Mezzane
quando incontrai una delle tante auto
che vengono avanti ad oltranza.

Invece d’arrabbiarmi
e d’indicare come sempre
la piazzola appena dietro il prepotente

feci una lunga retromarcia,
fino a una nicchia, dove stetti.

Salutai con un cenno
e con un sorriso l’arrogante
sempre pensando che se qualche
ingiustizia dovevo riparare
di certo non era il caso di partire
da una lite di strada alla Fra Cristoforo.

Fu un gesto di perfidia, sapevo
dalla mia infanzia che una gara
con un fratello: “È mio, è mio”
aveva come risposta: “No ė mio, è mio”,

mentre la rinuncia nobile scatenava
la sensazione nell’altro di una vittoria
scemata d’interesse, magari l’invidia
per essere stato di meno.

Non fui il primo e non fui l’ultimo:
qualcun altro deve aver ripetuto
il gesto di perfidia, e qualcun altro
ancora, così che talvolta ora,

guidando su per la stretta via
Mezzane, le auto fanno a gara
a cedere il passo e lasciar passare.

Capodanno ‘19: La mente che cerca

La mente che cerca il mondo del risveglio
non s’accorge d’esserne già parte.

Il risveglio, infatti, è accorgersi
d’essere qui in ogni gesto.

Semplicemente qui. Interamente
qui. E ora.

Un qui-universo, inclusivo, senza
un fuori, dove l’altrove

non è altrove
e l’altro non è altro.

Un “ora” privo di tempo
che è ogni tempo

dal giorno primo della creazione
all’ultimo, proprio

sulla corrente di questo respiro

col piede nel velo di brina
di questo prato decembrino.