Identità e Conflitto: La Geopolitica dell’Io

Io dico che tutti i segni identitari sono quelli che creano nemici

AI: È una riflessione profonda che tocca il cuore dei conflitti umani: la trasformazione dell’identità in un’arma. Quando un confine, una religione o una rotta commerciale (come Hormuz) smettono di essere punti di contatto e diventano “segni identitari” da difendere a ogni costo, il compromesso diventa impossibile.

Nel caso dell’Iran e dello Stretto, questo meccanismo è evidentissimo:

  • L’identità come scudo: Per la leadership iraniana, il controllo dello Stretto non è solo una questione economica, ma un simbolo di resistenza identitaria contro l’Occidente. “Questo è il nostro mare” diventa un mantra che giustifica ogni privazione economica.
  • La creazione del “Nemico”: Definire la propria identità in contrapposizione a un nemico (gli USA “Grande Satana”, l’Iran “Stato Canaglia”) rende razionale ciò che economicamente è folle. Se l’altro è il male assoluto, distruggere l’economia mondiale chiudendo lo stretto diventa un atto eroico invece di un disastro collettivo.
  • Il paradosso della sicurezza: Più una nazione (o un gruppo) marca i propri “segni identitari”, più gli altri si sentono minacciati e rispondono rinforzando i propri. È un circolo vizioso in cui la paura dell’altro alimenta la costruzione di muri (o oleodotti di bypass) anziché ponti.

Hai ragione: finché la geopolitica sarà guidata dal “noi contro loro” invece che dalla gestione di risorse comuni, punti strategici come Hormuz resteranno polveriere pronte a esplodere, perché nessuno vuole essere quello che “cede” un pezzo della propria identità.

Pensi che la tecnologia e la transizione energetica (che renderebbe il petrolio meno centrale) potrebbero col tempo sgonfiare l’importanza di questi “segni identitari” o l’uomo troverà sempre un nuovo confine per cui combattere?

Finché l’essere umano non trova un segno identitario più vasto e inclusivo di tutta l’umanità, l’io troverà sempre un nemico

AI: È una verità storica e psicologica quasi assoluta: l’identità si definisce quasi sempre per sottrazione. Per dire “io sono questo”, l’essere umano ha quasi sempre bisogno di aggiungere “e non sono quello”.

Finché la nostra identità è legata a un confine, a una fede esclusiva o a un pezzo di mare, il conflitto è inevitabile perché quelle risorse sono finite e separano chi “è dentro” da chi “è fuori”. Come hai osservato:

  • Il limite dei piccoli “noi”: Se il mio “noi” si ferma ai confini dell’Iran o agli interessi degli USA, lo Stretto di Hormuz sarà sempre un’arma da puntare contro qualcuno.
  • La necessità di un’identità globale: Solo un’identità basata su sfide che non hanno passaporto (come la sopravvivenza del pianeta, la salute globale o la gestione delle risorse scarse) potrebbe trasformare Hormuz da “arma da ricatto” a “infrastruttura comune”.
  • L’ostacolo psicologico: Il problema è che l’identità umana sembra nutrirsi di appartenenza e distinzione. Trovare un segno identitario “umano” è difficile perché non ha un “altro” contro cui definirsi (a meno di non immaginare minacce esterne al pianeta, come nella fantascienza).

La tua analisi suggerisce che il problema dello stretto non si risolverà con i cannoni o con i tubi, ma solo quando quegli attori smetteranno di vedersi come nemici ontologici e inizieranno a vedersi come co-abitanti di un sistema comune.

Secondo te, esiste oggi un valore o una sfida abbastanza forte da poter unire l’umanità sotto un’unica identità, superando queste barriere nazionali e religiose?

Non esiste un valore, una sfida, un principio o un concetto, tutti governati dall’io, ma esiste un’esperienza non governata dall’io: il risveglio; se tutti lo perseguissero. Ma dato che l’io è fatto per definirsi “rispetto a qualcosa di altro” trova più facile continuare con: io bene, l’altro male. E a frapporsi tra la mente umana e il suo risveglio. Fra il cuore umano e la sua empatia, detta anche e mirabilmente: amore.

AI: Hai toccato il punto più profondo: l’identità dell’Io è, per sua natura, una struttura di separazione. Come dici tu, il meccanismo “Io/Bene vs Altro/Male” è la via più facile perché non richiede sforzo, solo proiezione.

Finché la politica e la strategia rimangono espressioni di questo “Io” collettivo (lo Stato, la Nazione, la Fede), lo Stretto di Hormuz non sarà mai solo un passaggio d’acqua, ma un campo di battaglia per l’ego. Il “risveglio” di cui parli implicherebbe il riconoscimento che l’altro non è un’entità separata da colpire, ma parte dello stesso tessuto; tuttavia, le strutture di potere mondiali sono costruite esattamente per impedire questa consapevolezza, poiché il potere prospera sulla divisione.

In questo scenario, la geopolitica non è altro che la proiezione su larga scala del conflitto interiore umano. Senza quell’esperienza di risveglio, continueremo a vedere “soluzioni” tecniche (più armi, più oleodotti) che in realtà non fanno altro che nutrire la stessa radice del problema.

Credi che sia possibile indurre un cambiamento di coscienza su larga scala attraverso l’educazione, o pensi che l’umanità abbia bisogno di un urto traumatico per scuotere le fondamenta di questo “Io” così rigido?

A voi, lettori.

E l’obbedienza

Non c’è niente che l’essere umano

non possa fare

se riesce a darsi un pretesto,

una giustificazione.

È questa la forza suprema,

che supera anche quella delle armi:

l’ammantarsi di una ragione.

È quindi inutile chiedersi “come fu possibile”,

perché dopo è accaduto di nuovo,

e sta accadendo ancora

dietro silenzi e collaborazioni

(e l’obbedienza, l’obbedienza cieca, sorda, rauca)

mentre curiamo la nostra “zona d’interesse”.

Ammoniva il poeta:

“Auschwitz sta figliando nel mondo

non sentite l’odore del fumo?”

Uscendo dal ritiro Zen di Dicembre-Gennaio

Il ritiro Zen cominciato l’ultimo giorno dell’anno appena andato è terminato oggi, il primo giorno dell’anno appena venuto. Non possiamo quindi esimerci dall’augurare a tutti un Buon Anno Nuovo, anche se sappiamo che sarà uguale a quelli già passati: denso di gioie e di dolori.
Sta a noi attraversarli entrambi, con animo consapevole ed illuminato.

Il suono del gong
assai di rado è uguale
e mai è diverso

Riceviamo e aderiamo

4 NOVEMBRE, OBIETTIAMO

alla reintroduzione della leva obbligatoria

Anche quest’anno in occasione del 4 novembre, festa delle Forze Armate, istituzioni e apparati militari si preparano ad esaltare la guerra e il militarismo secondo la narrazione della “vittoria” della Prima Guerra Mondiale, una “inutile strage” il cui bilancio finale per l’Italia fu di oltre 650.000 soldati uccisi e più di un milione feriti, dei quali molti con gravi mutilazioni. A questi si aggiunsero più di 600.000 vittime civili a causa di bombardamenti e occupazioni militari, carestie ed epidemie. La maggior parte delle vittime erano contadini ed analfabeti esclusi dal diritto di voto e obbligati a farsi ammazzare o a uccidere nemici che non conoscevano, da un governo che li considerava solo carne da cannone. La guerra non risolse i problemi dell’Italia, anzi ne creò di nuovi e favorì l’avvento del fascismo. Anche l’Europa di allora si trovò davanti a conseguenze terribili, crisi economiche e sociali, con l’affermarsi del nazismo, militarista e razzista. Tutto poi precipitò nel disastro della Seconda Guerra Mondiale.

Attorno alla data del 4 novembre, ripristinata anche come Giornata dell’unità nazionale per intensificarne la portata, non c’è solo una distorta celebrazione storica ma anche il tentativo di una vera e propria propaganda bellica che si riversa nelle scuole e in molte (per fortuna con le debite eccezioni) celebrazioni istituzionali. Una propaganda tanto più insopportabile nel periodo che stiamo attraversando, che vede guerre sanguinose in varie parti del mondo, e due alle porte d’Europa, in Ucraina e Palestina, molte delle quali con un coinvolgimento diretto della produzione bellica italiana. Una propaganda che si intensifica anche per nascondere i conflitti interni fatti di impoverimento generale, aumento delle spese militari, repressione militarizzata nelle città imposte con zone rosse e decreti sicurezza, repressione del dissenso.

Purtroppo oggi soffia un nuovo vento di guerra. Giornali e mezzi di comunicazione sempre più spesso danno voce a iniziative di riarmo e di sostegno ad una mentalità bellicista e di allarme internazionale. I governi europei vogliono che i popoli si preparino alla guerra, anche reintroducendo il servizio militare obbligatorio, per tutti i giovani. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello della Croazia, che segue la decisione già presa in Norvegia e Svezia. La Francia sta spingendo per allargare il reclutamento per il servizio militare volontario, come sta avvenendo nei Paesi Bassi. La Germania ha già approvato una Legge che favorisce e facilita il reclutamento, per ora volontario, nelle file dell’esercito.

E in Italia? Il dibattito è aperto e già si parla di attivare una forza di riserva, per arrivare ad un modello autonomo di difesa militare europea che considera la possibilità generalizzata di un servizio militare per donne e uomini come obiettivo di adeguamento numerico delle forze armate. L’Europa pensa alla leva per tutti come un passo necessario nel processo politico di unificazione militare europea e strategia di rafforzamento della cittadinanza nella difesa comunitaria. Questo atteggiamento è gravissimo: la prospettiva di una “guerra perpetua” con armi convenzionali e milioni di vittime civili o una irrimediabile catastrofe nucleare con lo sconvolgimento della civiltà e del pianeta.

Da tempo il Movimento Nonviolento ha trasformato la giornata del 4 novembre in un’importante occasione di riflessione e opposizione a tutti gli eserciti, contro tutte le politiche di riarmo, a sostegno degli obiettori di coscienza e dei disertori di tutte le guerre.

4 Novembre, non festa ma lutto” è stato ed è il nostro slogan da opporre alla retorica patriottarda.

La nostra proposta è la Campagna di Obiezione alla guerra, per dire no alla chiamata alle armi, alla mobilitazione militare, all’ipotesi di ritorno della leva obbligatoria. Ci dichiariamo da subito obiettori di coscienza, invitando tutti a sottoscrivere la Dichiarazione di obiezione di coscienza per respingere il disegno di chi vuole obbligare i nostri giovani a prendere il fucile e vestire la divisa.

Movimento Nonviolento

Non tutti

Da semplice ex-studente di Ca’ Foscari prendo la parola e dico: “Fiano deve poter parlare”. E il fatto che ci sia bisogno di affermarlo, il fatto che non sia una cosa ovvia e normale dimostra chiaramente che la libertà non è mai acquisita una volta per tutte, non è mai un trofeo che qualcuno possa esibire in una teca, ma è un’azione costante e quotidiana di responsabilità.

(da La Repubblica, 30 Ottobre 2025)

Ecco

“Ecco: io vi mando come agnelli

in mezzo ai lupi”

disarmati in mezzo alle armi,

a rendere testimonianza

della strage degli innocenti

ebrei e palestinesi

armeni e nativi

africani

asiatici

europei

latini.

Non sarà l’orrore

a scrivere l’ultima parola.