Se volete evitare una sofferenza

Se volete evitare una sofferenza, uno stato mentale
spiacevole, assumetelo.

Se volete scioglierlo, tenetelo davanti a voi
nel campo globale e visivo della coscienza.

Non cercate di evitarlo o scioglierlo.
Non colpitelo con la tensione,
lo sforzo, il desiderio
che non ci sia.

Se lo spirito autentico
è di respirarne la natura
(la vostra, l’Uno)

e non un tentativo furbesco, ancora
di eliminarlo, rivelato dalla frase:
“eh, ma non si scioglie!”

si scioglierà da solo
mentre paradossalmente
cercherete di trattenerlo.

Inutile dire – ma è bene ribadirlo –
che questo lavoro interno
non sostituisce il lavoro esterno
di rimuovere le cause di salute, economiche
o sociali dello stato mentale spiacevole,
della sofferenza.

La serenità interiore si sposa con l’azione sociale
e politica, con la sete di pace e di giustizia
e non con l’inazione.

Non è infatti vero che la pace interiore (essa stessa dinamica)
smorzi l’azione, mentre lo stato spiacevole,
la rabbia siano il motore di una rivoluzione vera.

Il dissidio mentale è il motore di una rivoluzione subito tradita,
questo sì. Tradita storicamente dopo pochi anni.
Tradita subito, di spirito e di fatto.

La libertà interiore, la serenità d’animo
acquisita non dimentica invece le cause
dello stato spiacevole, dell’ingiustizia.

Al contrario impiega tutta la potenza
della pacificazione mentale
per un’azione vera,

nonviolenta e radicalmente alternativa
a quell’ambito mentale e sociale

che causò la sofferenza, la contraddizione
l’ingiustizia.

[SEGNAVIA]

ZAZEN
ovvero della rinuncia al frutto: a una meta, a un risultato

Essere qui e ora è assoluta rinuncia al frutto (a una meta, a un risultato), quindi è uno “stato di fatto” (conciliativo degli opposti: solido e fluido contemporaneamente) e non una decisione di rinuncia (questa infatti mira a un frutto: si rinuncia “per”…). Quando sei (“corpo e mente abbandonati”) veramente “qui e ora” sei in pace, “panoramicamente” cosciente ma “nonseparato”, nel “presente che avviene”: nulla di te si sta proiettando insoddisfatto verso qualcosa, verso altro, quindi verso un altrove di tempo e spazio. Questo è lo spazio della libertà, il senza tempo della nondualità, il suo tempo beato.

Se invece tenti ancora di essere qui ed ora, non lo sei realmente e ti stai proiettando verso un fittizio altrove. Di questa illusione bisogna presto tardi rendersi conto e provvedere come dopo dirò.

Il tentativo, comunque, pur votato all’insuccesso, può avere una sua indiretta risultanza: grazie alla percezione successiva della sua assurdità/inutilità, l’applicazione dello sforzo si può fermare di colpo – di fatto – senza alcun bisogno di una decisione. Quello è il momento, tautologicamente parlando, in cui essendo ferme le attività illusoriamente dualizzanti, la nondualità sempre presente, ma impercepita, non realizzata, si rivela, autosciente, nella coscienza relativa non più sperimentantesi come separata.

Poiché quasi mai ci si siede direttamente “qui e ora” in assoluta rinuncia del frutto, senza una benché minima, sottilissima tensione a un realizzare (“testa, corna e corpo sono già passati, perché la coda non riesce a passare?”(1)) si attraversa quasi inevitabilmente la fase dei “tentativi” appena descritta. E’ in questa fase che i mezzi abili della tradizione e dei maestri possono favorire “l’indiretta risultanza” dei tentativi.

Va da sé che la tensione al realizzare, quando è sottilissima, è difficile da avvertire – (più facile cullarsi nell’illusione di un qui e ora, che invece è ancora duale, quindi percorso da una tensione verso qualcosa) – e quando è avvertita viene sentita come una naturale attività della mente che non si riesce a eliminare; quindi come uno sbarramento irriducibile al semplice e non utilitario “just sitting”, all’opposto avvertito come un abisso vertiginoso, uno stato sfuggente e irrealizzabile. Semplificando: se si cade nel tentativo di eliminare tale sottile tensione realizzativa, ciò viene sentito impossibile; allo stesso modo se si cerca di passare allo stato di senza scopo, ciò viene sentito non realizzabile; così che l’inutile tentativo di eliminare tale tensione realizzativa, o bypassarla, fa ricadere il praticante in quanto già scritto in precedenza sui tentativi e sull’indiretta risultanza.

C’è però una strada maestra, alla quale prima accennavo quando parlavo di provvedere. È semplicemente questa: se si è nella dualità e si vuole passare alla nondualità si accoglie tutta la dualità, si rimane aperti a ogni manifestazione duale, si respira dentro ogni forma duale che sorge e tramonta e non si pensa più alla nondualità e alla sua ricerca. La nondualità non è più oggetto di pensiero, e se lo è lo si guarda, lo si respira come tutti gli oggetti e tutte le altre forme duali. Con attenzione, presenza mentale e serena consapevolezza, per non dire gioiosa, si è nelle forme che sorgono e tramontano, tensione realizzativa compresa e riconosciuta, tentativi di ogni tipo compresi, pensieri di essere arrivati, illuminati e realizzati inclusi, senza alcun desiderio di eliminare alcunché. Ciò che prima ogni volta era qualcosa sul quale prendere posizione, scegliere, preferire, eliminare, tenere, o un mezzo per “arrivare”, ora ogni volta è solo una forma della Realtà Originaria che si esprime come “presente che avviene”. Quale che sia il suono, il pensiero, il dolore e l’emozione, esso dimora nella presenza mentale, nella coscienza che l’avverte e la riconosce come parte di sé. Come può nascere la tensione a un altrove, la sensazione e quindi l’insofferenza per il tempo che non passa, durante lo zazen, se già ogni forma “canta la verità senza aggiunta alcuna” e senza alcuna sottrazione, proprio così come ci appare e ci trova meravigliosamente arresi in ciò? Se perfino quando accadesse (e accade) di pensare alla campana che non suona ci basta rimanere aperti, consapevoli, accoglienti, respirare pensiero e sensazione frustrante e vederli quasi a malincuore (sì, a malincuore) sfumare e sciogliersi?

Caso

Hui-K’o: “…maestro la mia mente è divisa”.
Bodhidharma: “Portami la tua mente”.
Hui-K’o: “Non riesco a trovarla”.
Bodhidharma: “Ho pacificato la tua mente”

Più nessun luogo da cui fuggire, più nessun luogo dove andare. Ogni direzione: lo stesso respiro. Ogni passo, ogni percorso la medesima ineffabile Realtà. Meraviglia! Questa mano levata: ora si chiude, ora si apre.

Note:

– I virgolettati in corsivo sono citazioni da Dogen, maestro zen giapponese del XIII secolo.

(1) Si tratta di un noto koan (problema non risolvibile con il ragionamento): Oso Hoen Zenji disse :” E’ come un bufalo d’acqua che attraversa una finestra. La testa, le corna e le quattro zampe sono tutte passate. Perché la coda non può passare? “.

27 Gennaio: zazen

Date le stagionali difficoltà logistiche previste alla pagina COMUNICAZIONI, anche la pratica intensiva del 27 gennaio si terrà a Rezzato, dalle 8 alle 13. Chi fosse intenzionato a partecipare ci faccia sapere entro venerdì mattina. Sempre alla pagina COMUNICAZIONI le modalità di contatto.

Non si fa meditazione “per”

Non si fa meditazione “per”
togliere la freccia avvelenata.

L’attenzione, la meditazione è
togliere la freccia avvelenata.

Meditare è lo stato naturale
della mente

nel quale ogni forma è il Reale
e il Reale è ogni forma

E la realtà è così intera e quotidiana
nella sua infinita e multiforme
varietà

che non c’è uno spazio, un buco,
un tempo, una volontà

per far passare una meta, uno scopo,
una realizzazione, un Nirvana.

La pratica di realizzazione

La pratica di realizzazione
è la pratica di non desiderare alcuna realizzazione
al di fuori del “presente” che stai vivendo
e nel quale puoi riflettere sul passato
lottare nell’ora e progettare il futuro
con amorevole saggezza.

Ciò che consente all’eremo
di essere il cuore del mondo
perfettamente aperto alla strada
dell’essere umano

è ciò che permette
alla nostra vita quotidiana
immersa nelle strade del mondo
d’essere eremo.

Se vuoi agire sul dolore del mondo

Se vuoi agire sul dolore del mondo
metti tra l’azione e il cuore

e dentro ancora

la meditazione, la consapevolezza
l’attenzione.

Frequenta la natura dei pensieri
e delle idee fisse, tanto universale
è, quanto ristrette le vedute

Pratica la rivelazione del volto
originario delle cose

che s’esprime ora e qui,

sono i rumori di strada, del bar
al piano di sopra, i silenzi
della stanza, il pianto
dietro i muri

il respiro, il battito
antico che conosce
la sua via.

Dimora nell’origine del mondo

nell’insondabile immobilità
di ogni moto

e nel fervido moto
di ogni quiete.