Il canto della colica renale e altri dolori

Come siamo fragili nel regno delle forme,
buoni amici, e fluttuanti

come le infinite cause
che ci modellano nell’impermanenza.

Un fascio di energie del campo cosmico
aggregate per una virgola di tempo

coscienti alla parziale,
in continua trasformazione,
disperse e riaggregate all’infinito.

Figli della luce e della tenebra
sempre oscillanti tra gioia e sofferenza

solo se il “vero è lasciato a se stesso
non v’è nulla di falso”.

Ma talvolta un dolore sorge, così acuto
che l’animo si contorce, come un serpe
in agonia.

Eppure il sole sorge ancora
e continua a tramontare

il cuore batte ancora, e il respiro
continua a respirare.

“…all for my love / I’ll learn the truth…”

Il canto del dubbio e della tenacia,
la canzone della fede.

*

Note minime:

1 – “…se il vero è lasciato a sé stesso, non v’è nulla di falso” – (Sesto Patriarca Zen, Hui Neng)

2 – “… all for my love / I’ll learn the truth…”- “Faith’s Song” di Amy Wadge

3 – “Dubbio, tenacia e fede (fiducia)” sono menzionate dal maestro Zen Miura,(“Conferenze”, New York, 1955).

4 – Il verso “La canzone della fede” è la traduzione del titolo “Faith’s Song” di Amy Wadge, ma coniugato con “Dubbio, tenacia, fede” del Maestro Miura.

5 – L’immagine: “il cuore batte ancora / e il respiro continua a respirare”, pur magnificamente presente, per un’evidente e pura coincidenza di spirito espressivo, nel refrain della canzone (2018) della Wadge (facilmente rintracciabile su youtube), è tratto da Ox (2012), come pure ne sono tratti i versi immediatamente precedenti.

L’amorevole presenza

La costrizone della quarantena, la rarefazione dei rapporti sociali, la preoccupazione per la famiglia, il lavoro e l’occupazione; il timore per il virus, la malattia e la morte; la tentazione dello sconforto e del panico oppure, al contrario, la faciloneria cieca che espone al rischio: tutto questo non se ne andrà solo perché non vogliamo vederlo. Non se ne andrà solo perché vogliamo che se ne vada. Tutto questo non è “materia” solo di azione: sanitaria, sociale, politica, ma anche di meditazione. Tutto questo va guardato e respirato in intimità con la nostra mente e il nostro cuore, con noi stessi. Tutto questo va affrontato fuori e dentro di noi. Salvo scoprire poi che il dentro e il fuori sono l’unica Realtà che ci comprende tutti, nella quale tutti viviamo, soffriamo e gioiamo. Lasciamo che si esprima: “Se il vero è lasciato a sé stesso, non vi è nulla di falso”. Rimaniamo nell’amorevole presenza. E quando ci alziamo, dove serve, oltre all’aiuto della pratica, prestiamo il nostro servizio responsabile.

INDICAZIONI BASE PER LO ZAZEN (meditazione)

Luogo:
meglio silenzioso e tranquillo, dove ci si possa sedere in santa pace. Ma nessun posto può essere scartato a priori: dalla corsia di un ospedale a un bar, passando dalla sala d’aspetto di una stazione o da una pensilina della fermata autobus.

Abito:
meglio comodo e sobrio, sia nei colori che nella fattura, e adatto alla temperatura del luogo di pratica. Ma all’occorrenza va bene l’abito che si indossa: dal pigiama di notte, all’abito di lavoro, dalla tenuta da montagna all’unico cencio che si possiede.

Orario:
meglio la pratica mattutina e serale, ma per chi non può o vuole soffrire di più, specie dopo un pranzo abbondante, vanno bene anche le ore pomeridiane.

Durata:
usualmente le sedute sono di 20, 30 o 40 minuti. Tuttavia si può cominciare da 1, 2 minuti, magari seduti in auto davanti al semaforo rosso, oppure da 5 minuti al giorno.

Frequenza:
meglio quotidiana. Tuttavia, sotto la pressione delle incombenze giornaliere, sappiamo quanto questo regalo, che facciamo a noi stessi e all’umanità, sia difficile. Diciamo allora: ogni volta che ci riusciamo, o che ricordiamo l’“inutilità” salvifica di “fermarci”.

POSTURA

Come sedere:
preferibilmente a gambe incrociate nella ben nota posizione del loto, oppure nel mezzo loto. Oppure ancora nella posizione birmana: un piede davanti all’altro sul tatami invece che appoggiato sulla coscia opposta. Il bacino è appoggiato su uno o due cuscini che lo sollevano e rendono più naturale la verticalità della schiena e l’appoggio di sostegno delle ginocchia sul tatami. Da ricordare che il bacino appoggia tra il centro e l’orlo del cuscino (non a caso è meglio un cuscino circolare), ciò impedisce quasi sempre il formarsi del formicolio alle gambe. Se i dolori sono insopportabili o altri problemi fisici impediscono queste posizioni si può sedere in seiza: (in ginocchio con un cuscino fra le gambe o una panchetta apposita sotto il sedere). Se anche tale modalità risultasse impossibile si può ben sedere su di una sedia, sempre con la schiena diritta, ma non tesa, i piedi per terra, le cosce verso il basso (quindi la sedia non deve essere troppo bassa). Il senso di tutto è la stabilità di base del corpo, che prelude al rilascio di ogni tensione, quella della mente compresa. Chi fosse addirittura impossibilitato a sedere, può rimanere nella postura che gli è possibile.

Le braccia: 
sono completamente rilasciate, prive di forza applicata. Durante la seduta sembrano scomparire, o viceversa fare blocco unico con spalle e busto come un tronco inanimato e solido, quindi privo di linee di tensione.
Le mani: una mano è appoggiata sull’altra, le palme in alto, e i due pollici si toccano di punta, naturalmente, senza tensioni. Riposano in grembo.

Le spalle:
cadono naturalmente, rimanendo in asse con la schiena, e raggiungono il punto più basso raggiungibile senza sforzo.

La schiena: 
è diritta, verticale, e tale rimane senza tensioni, per la semplice verticalità di un qualsiasi corpo che sta su se appoggia su di una base sufficiente. In questo caso è il triangolo formato dalle due ginocchia sul tatami e il bacino appoggiato sui cuscini (oppure sulla sedia, più i piedi per terra).

Il respiro:
regolare, naturale, entra ed esce senza forzature dettate dalla volontà o altre forze, quali emozioni, intenzioni, stress…

Gli occhi: 
aperti, immobili, senza tensione. Sono in un campo visivo globale, dalle due estreme aree periferiche, a destra e sinistra, a tutta l’area centrale in un unicuum. La messa a fuoco può esserci, ma non è ricercata. Magari vedono qualcosa, ma non guardano nulla in particolare. Gli occhi aperti e immobili sono decisivi, ma non diciamo oltre, per non creare ulteriori oggetti-ostacolo mentali.

Disposizione d’animo:
aperto, ricettivo, senza aspettative. Si tratta di essere la realtà sonomama: “così com’è”, e come appare nelle forme che sorgono e si dissolvono del presente che avviene.

Disposizione mentale: 
semplice coscienza di pensieri, sensazioni, emozioni. Nessun tentativo di eliminarli. Nessuna entrata nel contenuto del pensiero ad alimentare altri pensieri.

SI COMINCIA (e si finisce)

Nota:
Le modalità iniziali sono numerose e non staremo qui ad elencarle. La più conosciuta e praticata è contare le espirazioni fino a dieci e ricominciare da capo. Se però sorge un pensiero, tornare a uno e riprendere il conteggio. La modalità che descriviamo qui di seguito è frutto fattivo della nostra esperienza.

Ci si accomoda seduti come indicato in precedenza e si pone attenzione alle braccia e alle mani: sono rilasciate? C’è qualche linea di tensione in esse? La precisa sensazione fisica è di abbandono. Se questo abbandono continua, nel corso della seduta le braccia e le mani sembrano scomparire o far parte di un blocco unico e inanimato col corpo. Le spalle cadono naturalmente in basso o c’è qualche linea di tensione che le tiene, sia pur di poco, sollevate?

La schiena è diritta, verticale, senza forza applicata, senza linee di tensione? La sensazione è che sia la verticalità stessa ad autoportarsi senza intervento dei muscoli. Il respiro entra ed esce regolarmente senza sforzo alcuno? Corto o lungo che sia, superficiale o profondo, diaframmatico oppure ombelicale, è condizionato dalla nostra attenzione o si snoda via via libero da ogni tensione, calmo e sereno, com’è nella sua natura di soffio costante interno/esterno, interno/esterno…?

Gli occhi sono aperti e immobili? Il campo visivo è globale dalla vista periferica al centro? Bruciano? Allora c’è qualche linea di tensione: lasciar cadere ogni sforzo. Se la focalizzazione si perde, ritorna e si perde, lasciare che sia. Non intervenire. Se qualche dettaglio del campo visivo viene messo in luce, lasciare che sia: gli occhi vedono, la coscienza ne ha l’evidenza, ma non c’è nessuna volontà o sforzo di guardare.

La coscienza guarda e respira senza intervenire ogni forma si rifletta nello specchio della mente, siano essi rumori, pensieri, immagini, linee di tensione, tentativi di eliminare qualcosa, giudizi, preferenze?

E di nuovo: le braccia sono ancora sciolte? E le spalle? La schiena è diritta e senza tensioni? Il respiro entra calmo e regolare? Gli occhi sono aperti e immobili, privi di tensione? Ogni forma si riflette nello specchio della mente nella semplice coscienza e nel semplice respiro?

Ripetere questa verifica più volte nel corso della seduta.

Invitiamo tutti

Invitiamo tutti, questa sera, in sostituzione della pratica di zazen al centro, a sedere in meditazione a casa od ovunque ci troviamo, alla stessa ora (dalle 20 alle 21), idealmente insieme, psicologicamente e spiritualmente uniti, a beneficio di tutti gli esseri.

Non c’era bisogno del virus per dimostrare l’interconnessione di tutti con tutto. Ogni cosa ci riguarda. Ogni punto dell’universo è l’intero universo che si esprime in quel punto. E se quel punto dell’universo si chiama essere umano ha la potenzialità di decidere e agire. Quando ci alziamo dalla pratica di meditazione, continuiamo la nostra pratica di consapevolezza e presenza mentale nei gesti e nel cuore emozionale della vita quotidiana, senza mai tirarci indietro ove serva il nostro contributo: personale e sociale, quindi anche politico.

Il mondo umano

Il mondo umano, per ignoranza e illusione
si edifica dall’io in poi

e soffre e fa soffrire tutto quello che può soffrire
e far soffrire una coscienza personale che brama
di possedere vita, gioia e morte, ma non possiede 

nemmeno se stessa, inconsistente
come una bolla, suscettibile ogni istante
di dissolvenza,

e trema, infatti, al solo pensiero della dissolvenza
che cerca inutilmente di rimuovere.

La pratica meditativa lavora dall’io al “prima”,
un prima eternamente qui e ora

e lascia esprimere la Realtà che è forma,
la forma che è Realtà, ricomprendendo
in ciò anche l’io e il suo poi.

È la goccia che si riconosce mare

 – unico segno identitario universale –

nel medesimo istante senza tempo
in cui il mare si riconosce goccia

modulandosi in flutti e correnti
che chiamiamo eventi
e diversità

dove ancora tempestosa è la nostra 
acqua, tra lotte e desideri
sete d’amore e fame d’esistenza,

ma con animo di compassione, 
in equanimi giorni, di vivide stagioni.

Invece del panico e della faciloneria

 

Invece del panico e della faciloneria: qualche riflessione su di noi e sul virus

1 – Trattandosi di un virus a bassa mortalità percentuale, ma ad alto potenziale di diffusione, per tenere basso il numero complessivo dei morti è necessario tagliare le linee di contagio (nei modi indicati dalle autorità sanitarie). È quindi il numero dei contagi, in questa fase senza cure risolutive, la chiave di volta da tenere sotto controllo.

2 –  Proteggere e diminuire i contatti sociali allo stretto necessario fa parte delle misure essenziali.

3 – Rallentare la diffusione ed evitare l’intasamento dei centri medici serve anche a non aggravare le condizioni di cura delle altre patologie pregresse, così che per impedire la morte di 2,3 persone su cento per coronavirus (alle quali va comunque, una ad una, la nostra empatia), non ne debbano morire altre (che godono della nostra stessa considerazione), magari in numero percentuale o assoluto maggiore.

4 – Il panico, la faciloneria, o il protagonismo, che come al solito non servono a nulla e peggiorano solo le cose, non fanno parte delle misure essenziali.

5 – Molti altri virus sono più letali, tra i quali quelli che nel linguaggio figurato fanno capo all’ignoranza che produce comportamenti mortali, ma per quelli, volendole seguire, ci sono già cure adeguate.

6 – Ai soliti “saputi” che in caso di riuscito controllo della diffusione strilleranno: “Molto rumore per nulla”, risponderemo tranquillamente: “E meno male!”

7 – Informeremo per tempo, in questa pagina, sulla ripresa dello zazen al centro, il lunedì sera. Per ora rimane confermato il ritiro di pratica all’eremo della Lovera alla fine di marzo.

Per il resto, nella nostra corsa verso riva,
ogni attimo, in ogni respiro, nasciamo
e moriamo nella nostra forma
mutevole di onda

ma dentro lo splendore, che non
nasce e non muore
della vacuità ineffabile del Grande Oceano

 

 

 

Avviso importante

Per motivi precauzionali e di prevenzione, nonché per ottemperare alle disposizioni impartite dalle autorità regionali e nazionali competenti, sospendiamo la pratica di meditazione di lunedì 24 febbraio e 2 marzo al Centro ARCI di Via Scuole. Si prega di tenersi informati su questa pagina per ogni successiva comunicazione. Invitiamo tutti, in sostituzione della pratica al centro, a sedere in meditazione a casa, alla stessa ora (dalle 20 alle 21), idealmente insieme e psicologicamente, spiritualmente uniti, a beneficio di tutti gli esseri.

La gioia è sempre la benvenuta

La gioia è sempre la benvenuta, ma i piaceri
nascondono mani di carnefice.

Il dolore dell’animo, da parte sua, ha qualcosa
di sublime

ed è subito redento
quando si apre alla sua natura ineffabile

e si amplia in cerchi la cui “circonferenza
è ancora infinito”.

Dove volete andare, anime
se nel vostro respiro respira l’universo

dove volete cercare, se ciò che anelate
è sempre qui e già ovunque

ad aprire il vostro guardare.

Riceviamo e ospitiamo

“La Rivista Mosaico di Pace mi ha chiesto un articolo (6000 battute) sul giorno del ricordo questo mi è venuto…
mi hanno anche chiesto di collaborare ad un dossier sul tema, vedremo… bisogna partire da qualche punto e cercare una leva

Adriano”

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“Quale legge per il giorno del Ricordo?

Negli anni ’90 è diventato egemone nella classe politica italiana il fascino del sistema maggioritario. Successivamente per un voto moderato in più, con l’ansia della memoria condivisa, rinasce in Italia il ricordo delle foibe e delle “atrocità comuniste titine”. Vengono così recuperati modi e ricordi della propaganda fascista.

Lo sdoganamento del ventennio fascista fatto per accreditarci come moderati filooccidentali degni di stare al governo è stato l’inizio di una deriva che viviamo ancora oggi. Ci sono voluti alcuni anni, ma nel marzo 2004, con il governo Berlusconi e largo consenso bipartisan, si è arrivati ad approvare una legge sul “Giorno del Ricordo”, nota a tutti come la Giornata delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Per esemplificare come si mistifica la storia, cito l’art. 2 comma 3 della legge: “Agli infoibati sono equiparati a tutti gli effetti gli scomparsi e quanti nello stesso periodo e nelle stesse zone sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”. Insomma, bisogna far dimenticare che nei Balcani negli anni ’40 era in corso una feroce guerra di liberazione contro l’invasione nazifascista. Fa comodo avere una legge che definisce come infoibati tutti i morti e gli scomparsi di quel periodo.

In Europa nel dopoguerra furono decine di migliaia le vittime delle vendette contro fascisti, nazisti e collaborazionisti: è l’esito tragico di ogni guerra. Queste vittime vengono tutte trascurate. Solo noi Italiani siamo stati vittime innocenti e ci vuole un Giorno apposito per ricordarlo, si comincia già nel gennaio del ’44 (vedi foto allegata). Si inizia così a parlare per l’Istria di centinaia di infoibati, che diventeranno migliaia e poi decine di migliaia, per rilanciare il mito del “buon italiano” vittima del feroce bolscevico. Poi nel ’45 si inventano altre migliaia di infoibati nel Pozzo di Basovizza. Se i barbari “sciavi” ci hanno vinto è perché sono di una crudeltà inumana.

Non una parola sulle stragi e le violenze perpetrate dal nostro esercito sul Confine Orientale dopo l’invasione nazifascista nel 1941 del Regno jugoslavo. Vengono ignorate le deportazioni di donne, bambini e vecchi in decine di campi di concentramento italiani, in condizioni pari ai lager nazisti. Non si ricordano i paesi e villaggi da noi bruciati per rappresaglia. Meglio tacere anche sulla Risiera di San Sabba: lì sotto il comando del Terzo Reich si lasciavano bruciare gli slavi nei forni gestiti dai nostri alleati nazisti.

Va pure cancellato quanto è avvenuto dal 1919 con un ventennio di “bonifica etnica” antislava: divieto di usare la lingua slava, italianizzazione dei cognomi, epurazione del clero slavo pericolosamente “allogeno”, impossibilità di esercitare attività economiche per i non italiani e conseguente migrazione degli “altri”.

Ci furono diverse centinaia di vittime nelle vendette della insurrezione popolare istriana nel settembre del ’43, realtà tragicamente usuali in tali contesti. La nostra propaganda di regime fa credere che le persone sono state uccise solo “in quanto italiane”. Si parla di pulizia etnica anti-italiana, eppure si sa che decine di migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre hanno combattuto con l’esercito di liberazione jugoslavo. Si sa e non si spiega perché migliaia di soldati italiani sono stati salvati dalla deportazione in Germania da partigiani slavi e nascosti dalla popolazione croata e slovena.

E poi, sul Confine Orientale, chi all’epoca non “risultava” italiano? Ad esempio, il francescano Padre Flaminio Rocchi, fra i più citati e conosciuti inventori di storie sulle foibe, era in realtà Anton Sokolic di famiglia croata.

Si finisce poi di parlare dell’esodo come fosse una tragedia solo italiana, e si dimenticano i milioni di rifugiati in tutta Europa durante la guerra e dopo il ‘45 con la ridefinizione dei confini in chiave rigidamente nazionalistica. Si enfatizzano singoli e circoscritti casi di maltrattamenti per una narrazione di persecuzioni e disagi patiti dagli esuli giuliano-dalmati anche all’arrivo in Patria. Vittimisticamente si ignora il contesto di distruzione post-bellica per i tanti residenti in Italia. Si dimenticano volutamente i tanti provvedimenti adottati per anni a favore degli stessi profughi, tra cui: sostegno economico, facilitazione per trovare posti di lavoro e abitazione in sostituzione degli alloggi provvisori.

 In fondo, anche la data del 10 febbraio 2004 è stata voluta per cancellare il ricordo del 10 febbraio 1947. In quel giorno a Parigi veniva firmato il Trattato di pace e l’Italia cominciava a pagare il conto per una guerra voluta dal fascismo imperiale, con il corollario di distruzioni e profughi. Una ideologia totalitaria che ora rialza la testa con i suoi vari eredi, in nome di una necessaria italianità condivisa e perfino di una memoria corporativa e razzista, come a Fiume insegnava Gabriele d’Annunzio.”

Adriano Moratto, figlio di esuli istriani – Brescia

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