Invece del panico e della faciloneria

 

Invece del panico e della faciloneria: qualche riflessione su di noi e sul virus

1 – Trattandosi di un virus a bassa mortalità percentuale, ma ad alto potenziale di diffusione, per tenere basso il numero complessivo dei morti è necessario tagliare le linee di contagio (nei modi indicati dalle autorità sanitarie). È quindi il numero dei contagi, in questa fase senza cure risolutive, la chiave di volta da tenere sotto controllo.

2 –  Proteggere e diminuire i contatti sociali allo stretto necessario fa parte delle misure essenziali.

3 – Rallentare la diffusione ed evitare l’intasamento dei centri medici serve anche a non aggravare le condizioni di cura delle altre patologie pregresse, così che per impedire la morte di 2,3 persone su cento per coronavirus (alle quali va comunque, una ad una, la nostra empatia), non ne debbano morire altre (che godono della nostra stessa considerazione), magari in numero percentuale o assoluto maggiore.

4 – Il panico, la faciloneria, o il protagonismo, che come al solito non servono a nulla e peggiorano solo le cose, non fanno parte delle misure essenziali.

5 – Molti altri virus sono più letali, tra i quali quelli che nel linguaggio figurato fanno capo all’ignoranza che produce comportamenti mortali, ma per quelli, volendole seguire, ci sono già cure adeguate.

6 – Ai soliti “saputi” che in caso di riuscito controllo della diffusione strilleranno: “Molto rumore per nulla”, risponderemo tranquillamente: “E meno male!”

7 – Informeremo per tempo, in questa pagina, sulla ripresa dello zazen al centro, il lunedì sera. Per ora rimane confermato il ritiro di pratica all’eremo della Lovera alla fine di marzo.

Per il resto, nella nostra corsa verso riva,
ogni attimo, in ogni respiro, nasciamo
e moriamo nella nostra forma
mutevole di onda

ma dentro lo splendore, che non
nasce e non muore
della vacuità ineffabile del Grande Oceano

 

 

 

Avviso importante

Per motivi precauzionali e di prevenzione, nonché per ottemperare alle disposizioni impartite dalle autorità regionali e nazionali competenti, sospendiamo la pratica di meditazione di lunedì 24 febbraio e 2 marzo al Centro ARCI di Via Scuole. Si prega di tenersi informati su questa pagina per ogni successiva comunicazione. Invitiamo tutti, in sostituzione della pratica al centro, a sedere in meditazione a casa, alla stessa ora (dalle 20 alle 21), idealmente insieme e psicologicamente, spiritualmente uniti, a beneficio di tutti gli esseri.

La gioia è sempre la benvenuta

La gioia è sempre la benvenuta, ma i piaceri
nascondono mani di carnefice.

Il dolore dell’animo, da parte sua, ha qualcosa
di sublime

ed è subito redento
quando si apre alla sua natura ineffabile

e si amplia in cerchi la cui “circonferenza
è ancora infinito”.

Dove volete andare, anime
se nel vostro respiro respira l’universo

dove volete cercare, se ciò che anelate
è sempre qui e già ovunque

ad aprire il vostro guardare.

Riceviamo e ospitiamo

“La Rivista Mosaico di Pace mi ha chiesto un articolo (6000 battute) sul giorno del ricordo questo mi è venuto…
mi hanno anche chiesto di collaborare ad un dossier sul tema, vedremo… bisogna partire da qualche punto e cercare una leva

Adriano”

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“Quale legge per il giorno del Ricordo?

Negli anni ’90 è diventato egemone nella classe politica italiana il fascino del sistema maggioritario. Successivamente per un voto moderato in più, con l’ansia della memoria condivisa, rinasce in Italia il ricordo delle foibe e delle “atrocità comuniste titine”. Vengono così recuperati modi e ricordi della propaganda fascista.

Lo sdoganamento del ventennio fascista fatto per accreditarci come moderati filooccidentali degni di stare al governo è stato l’inizio di una deriva che viviamo ancora oggi. Ci sono voluti alcuni anni, ma nel marzo 2004, con il governo Berlusconi e largo consenso bipartisan, si è arrivati ad approvare una legge sul “Giorno del Ricordo”, nota a tutti come la Giornata delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Per esemplificare come si mistifica la storia, cito l’art. 2 comma 3 della legge: “Agli infoibati sono equiparati a tutti gli effetti gli scomparsi e quanti nello stesso periodo e nelle stesse zone sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati”. Insomma, bisogna far dimenticare che nei Balcani negli anni ’40 era in corso una feroce guerra di liberazione contro l’invasione nazifascista. Fa comodo avere una legge che definisce come infoibati tutti i morti e gli scomparsi di quel periodo.

In Europa nel dopoguerra furono decine di migliaia le vittime delle vendette contro fascisti, nazisti e collaborazionisti: è l’esito tragico di ogni guerra. Queste vittime vengono tutte trascurate. Solo noi Italiani siamo stati vittime innocenti e ci vuole un Giorno apposito per ricordarlo, si comincia già nel gennaio del ’44 (vedi foto allegata). Si inizia così a parlare per l’Istria di centinaia di infoibati, che diventeranno migliaia e poi decine di migliaia, per rilanciare il mito del “buon italiano” vittima del feroce bolscevico. Poi nel ’45 si inventano altre migliaia di infoibati nel Pozzo di Basovizza. Se i barbari “sciavi” ci hanno vinto è perché sono di una crudeltà inumana.

Non una parola sulle stragi e le violenze perpetrate dal nostro esercito sul Confine Orientale dopo l’invasione nazifascista nel 1941 del Regno jugoslavo. Vengono ignorate le deportazioni di donne, bambini e vecchi in decine di campi di concentramento italiani, in condizioni pari ai lager nazisti. Non si ricordano i paesi e villaggi da noi bruciati per rappresaglia. Meglio tacere anche sulla Risiera di San Sabba: lì sotto il comando del Terzo Reich si lasciavano bruciare gli slavi nei forni gestiti dai nostri alleati nazisti.

Va pure cancellato quanto è avvenuto dal 1919 con un ventennio di “bonifica etnica” antislava: divieto di usare la lingua slava, italianizzazione dei cognomi, epurazione del clero slavo pericolosamente “allogeno”, impossibilità di esercitare attività economiche per i non italiani e conseguente migrazione degli “altri”.

Ci furono diverse centinaia di vittime nelle vendette della insurrezione popolare istriana nel settembre del ’43, realtà tragicamente usuali in tali contesti. La nostra propaganda di regime fa credere che le persone sono state uccise solo “in quanto italiane”. Si parla di pulizia etnica anti-italiana, eppure si sa che decine di migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre hanno combattuto con l’esercito di liberazione jugoslavo. Si sa e non si spiega perché migliaia di soldati italiani sono stati salvati dalla deportazione in Germania da partigiani slavi e nascosti dalla popolazione croata e slovena.

E poi, sul Confine Orientale, chi all’epoca non “risultava” italiano? Ad esempio, il francescano Padre Flaminio Rocchi, fra i più citati e conosciuti inventori di storie sulle foibe, era in realtà Anton Sokolic di famiglia croata.

Si finisce poi di parlare dell’esodo come fosse una tragedia solo italiana, e si dimenticano i milioni di rifugiati in tutta Europa durante la guerra e dopo il ‘45 con la ridefinizione dei confini in chiave rigidamente nazionalistica. Si enfatizzano singoli e circoscritti casi di maltrattamenti per una narrazione di persecuzioni e disagi patiti dagli esuli giuliano-dalmati anche all’arrivo in Patria. Vittimisticamente si ignora il contesto di distruzione post-bellica per i tanti residenti in Italia. Si dimenticano volutamente i tanti provvedimenti adottati per anni a favore degli stessi profughi, tra cui: sostegno economico, facilitazione per trovare posti di lavoro e abitazione in sostituzione degli alloggi provvisori.

 In fondo, anche la data del 10 febbraio 2004 è stata voluta per cancellare il ricordo del 10 febbraio 1947. In quel giorno a Parigi veniva firmato il Trattato di pace e l’Italia cominciava a pagare il conto per una guerra voluta dal fascismo imperiale, con il corollario di distruzioni e profughi. Una ideologia totalitaria che ora rialza la testa con i suoi vari eredi, in nome di una necessaria italianità condivisa e perfino di una memoria corporativa e razzista, come a Fiume insegnava Gabriele d’Annunzio.”

Adriano Moratto, figlio di esuli istriani – Brescia

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