Un unico destino

Supponiamo di azzerare gli arrivi,
nascondere i morti in fondo al mare,
dove rimangono i profughi, guardate
bene: negli atroci lager libici?

Supponiamo di svuotarli ai confini
i lager, guardate ancora: sono
a disseccarsi nel deserto
i migranti?

Supponiamo di convincerli
a non partire, devono dilaniarsi di guerre
trascinarsi di fame, sputare miserie
coloro che più non partono?

È in pace il nostro giorno
non vedendoli, gettando un obolo
lucrando armi, succhiando linfa
e “arterie” prime, le spalle alzando?

 

(Pubblicato la prima volta nell’ottobre 2017)

Il giorno in cui un colpevole

Il giorno in cui un colpevole
entra in carcere

non è mai un giorno di vetrina
e trionfo.

È semmai un giorno necessario
per i crimini commessi, per
il dolore delle vittime.

Il giorno in cui un uomo
entra in carcere

è una dolore necessario
a mutare la legge

se è disobbedienza civile,

è una tragedia per il non colpevole
una continuità per l’emarginato
il folle, il perduto.

Al netto dell’inferno
che di rieducativo non ha nulla

il carcere che si richiude
dietro una vita

Può essere un atto dovuto,
ma dopo un fallimento di molti.

Kin-in

Il kin-in non è una pausa
tra una meditazione seduta e l’altra, 

è una meditazione camminata
senza soluzione di continuità.

Lo stesso vale per il lavoro, le azioni,
i gesti quotidiani.

La pratica universale della coscienza
non ha porte, non ha muri, 
né orari d’ufficio.

Respira ad ogni respiro
illumina lodi e offese quotidiane
attraversa ogni steccato.

Solo meditare seduti, solo stare in piedi,
quale limitazione, che spreco, 
che fissazione.