Gennaio

I nipotini crescono bene ed è una festa ogni volta giocare con loro. In effetti, da S. Lucia, il 13 dicembre, la santa che da noi porta i regali ai bambini,  ad oggi, fine gennaio, è stato un bagno di visite, ricevute e date, ad amici, anziani, parenti e ammalati. 

Infanzia e vecchiaia sono
età dello spirito e dell’universo.
Quelle nelle quali l’io non è
ancora così forte o non più.
Per l’infanzia è gioco e scoperta
per la vecchiaia è comunanza
di tempo ed eternità.
Conservare gli occhi dell’infanzia
e anticipare i doni della vecchiaia
è la migliore età adulta.

Dite voi, la migliore giovinezza.

E per non farci mancare nulla abbiamo partecipato a incontri e iniziative sul razzismo ed altri temi sociali, fatto poesia e perfino raccolto olive in allegra compagnia sulle dolci rive del Garda. Il resto lo lasciamo nella penna, ché tanto chi non vuol intendere, non intenderebbe nemmeno davanti alla più evidente delle evidenze.

Nella baraonda abbiamo conservato il cuore del silenzio, le pratiche del lunedī sera al Centro, i ritiri di fine mese, il Capodanno all’eremo.

Alla finestra nord-ovest montagne
innevate, per la finestra nord- est

alberi spogli. Nella finestra sud-ovest
un Buddha in zazen. Tra le griglie a sud

una scala di luce con pioli d’ombra.
Dal lucernario le ultime stelle.

Ora la neve di gennaio copre anche la strada che vi conduce e nessun veicolo l’ha ancora violata. Con una breve marcia sul manto cristallino, portando taniche di acqua e un po’ di viveri, sotto un sole tutto sommato già caldo e carezzevole, ci siamo giunti oggi, giusto in tempo per accendere la stufa, fare un giro nel bosco, controllare che tutto fosse a posto, pranzare e sedere in meditazione.

Abbiamo parlato a lungo, il mese scorso, dell’imponente ed elegante verticalità degli alberi più vistosi, ma è ora il turno di quelli più umili, stortignoli, affaticati nel portamento, stentati nell’aspetto. I primi ad essere tagliati in quanto soprannumerari, gli ultimi a vedere la luce dopo tante contorsioni per raggiungerla la luce, e svettare. È il turno dei perdenti nella competizione, degli obliqui, dei piegati, degli inclinati, dei reclinati, degli scomposti, quelli destinati a una vita grama e a seccare. Non voglio dire del loro ruolo nel bosco, che è tanto poco appariscente quanto prezioso ed essenziale. Voglio dire solo della loro bellezza tormentata, del loro urlo silenzioso, ma ben visibile nelle fibre e nelle forme, verso un’aspirazione di vita e un’accettazione della morte, assolutamente dignitose nella sconfitta.  Voglio dire della loro presenza, di volta in volta furiosa e dolente, discreta, rassegnata e ribelle che fa il bosco quanto il bosco fa le loro vite.

 

Isole i monti
sopra un mare di nebbia
in alto la luna

sulla ghiaia algida
scricchiolio di passi
silenzio intorno

scie di navi
sul lago scintillante
onde e ritorni

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