Se volete evitare una sofferenza

Se volete evitare una sofferenza, uno stato mentale
spiacevole, assumetelo.

Se volete scioglierlo, tenetelo davanti a voi
nel campo globale e visivo della coscienza.

Non cercate di evitarlo o scioglierlo.
Non colpitelo con la tensione,
lo sforzo, il desiderio
che non ci sia.

Se lo spirito autentico
è di respirarne la natura
(la vostra, l’Uno)

e non un tentativo furbesco, ancora
di eliminarlo, rivelato dalla frase:
“eh, ma non si scioglie!”

si scioglierà da solo
mentre paradossalmente
cercherete di trattenerlo.

Inutile dire – ma è bene ribadirlo –
che questo lavoro interno
non sostituisce il lavoro esterno
di rimuovere le cause di salute, economiche
o sociali dello stato mentale spiacevole
della sofferenza.

La serenità interiore si sposa con l’azione sociale
e politica, con la sete di pace e di giustizia
e non con l’inazione.

Non è infatti vero che la pace interiore (essa stessa dinamica)
smorzi l’azione, mentre lo stato spiacevole,
la rabbia siano il motore di una rivoluzione vera.

Il dissidio mentale è il motore di una rivoluzione subito tradita,
questo sì. Tradita storicamente dopo pochi anni.
Tradita subito, di spirito e di fatto.

La libertà interiore, la serenità d’animo
acquisita non dimentica invece le cause
dello stato spiacevole, dell’ingiustizia.

Al contrario impiega tutta la potenza
della pacificazione mentale
per un’azione vera,

nonviolenta e radicalmente alternativa
a quell’ambito mentale e sociale

che causò la sofferenza, la contraddizione
l’ingiustizia.

4 pensieri riguardo “Se volete evitare una sofferenza

  1. Ciò che spinge il “lavoro esterno” (ad es. l’azione politico-sociale) spesso nasce da una non-accettazione dello status quo, che viene giudicato iniquo e pertanto da cambiare, riformare, ecc.
    Il “lavoro interno” di accoglienza presuppone invece di sospendere in qualche modo il giudizio, e quindi una profonda accettazione delle forme in cui una data situazione si presenta qui e ora.
    Mi pare, questo, un ulteriore paradosso… Si ritorna comunque ad un punto già trattato altrove: senza risveglio (o come lo si vuole chiamare), non si danno frutti duraturi (ma seguire il sentiero della pratica di consapevolezza non comporta necessariamente l’abbandono di un impegno a livello sociale).

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    1. … se vedi un bambino che sta per essere investito, non solo non sospendi il giudizio, ma d’incanto valuti la situazione e cerchi di intervenire, nel migliore possibile dei modi e con la massima celerità. Lo stesso vale per l’azione politico-sociale, anche se l’analisi sarà più ponderata. Ciò che chiami “massima accettazione delle forme in cui una data situazione si presenta qui e ora” è l’esperienza e la percezione che tali forme sono il Reale che si sta manifestando, ma lo è anche l’azione che fai per modificarle. Tu stesso sei il Reale che si sta manifestando, ma anche il tuo “nemico” lo è, da qui l’esigenza di un’azione nonviolenta. Infatti poiché sia la forma “ingiusta” che quella “giusta” sono il Reale che si sta manifestando, tu coltiva quella che crea meno dolore, secondo il ben noto dettato del grande Buddha dell’Ovest: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te”.

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  2. Infatti, una situazione di pericolo immediato è ben diversa dal dato di fatto di un ordinamento politico e sociale che si vuole cambiare: non solo l’analisi è più ponderata ma l’azione che come singoli possiamo intraprendere è limitata. Per il resto, mi trovo d’accordo.
    Gassho

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    1. … sicuramente è molto diversa. Ma nella diversità delle forme: che sia un bambino da salvare o una legge, un sistema sociale da cambiare, ciò che è certo è che l’esperienza della natura delle cose, del nostro “volto originario”, non significa immobilismo, acriticità, supina accettazione delle forme stesse. Al contrario, è una forza propulsiva verso la completa maturazione dell’essere umano e quindi verso la progressiva riduzione delle forme sociali e politiche alienate che esso produce.

      E qui torniamo al testo dal quale hanno origine questi commenti e al tuo primo commento stesso: il “lavoro interno” è certamente non attaccamento concettuale, pura coscienza, attenzione, presenza mentale, abbandono di corpo, sapere, volere, aspettative e tensione realizzativa, sospensione di giudizio e assunzione equanime, prima ancora che esperienza-rivelazione, che ogni forma è il Reale e il Reale è ogni forma. Il “lavoro esterno”, al contrario, è fondato proprio su analisi, critica, azione realizzativa, e spesso non accettazione. Il paradosso, però, è solo apparente, perché il “lavoro esterno” beneficia delle pratiche di consapevolezza, gode della pacificazione mentale del lavoro interno e questo, “pur essendo indipendente da ogni circostanza, porta in sé una sensibilità tale per cui non c’è libertà della mente che si esprima senza impegno nel mondo, senza amore per l’essere umano” (v. “Le due libertà”, il primo testo di questo blog). Ciò significa cogliere e vivere la natura delle forme – compresi la nostra forma e quella della nostra azione – anche mentre le si sta cambiando perché stanno generando “dolore” personale e sociale.

      Proprio per questa sua valenza di innervatura e scaturigine originaria, ci possono essere periodi, più o meno lunghi, nei quali c’è solamente “lavoro interno”, (o quasi, perché le incombenze della vita quotidiana che richiedono impegno, scelte e giudizio le abbiamo tutti e anche in esse va già a realizzarsi il “lavoro interno”. E si pensi ai maestri zen che dedicano “internamente” tutta la vita a questo lavoro, e però “esternamente” non cessano di aiutare gli altri a farlo), ma mai periodi nei quali ci sia solo “lavoro esterno”, pena la perdita di libertà “dall‘io” nell’azione, la perdita dell’anima stessa dell’azione e del suo equilibrio.

      Per quanto riguarda, poi, la limitata efficacia “politica”, quindi socialmente concreta, delle nostre azioni come singoli, alla quale tu accenni, nulla vieta, per rinforzarla, di associarsi e di dare il proprio contributo partecipato.

      Tuttavia c’è un’efficacia concreta che non si misura solo con il successo visibile e immediato, ma col processo, che alla nostra limitata coscienza personale appare storico ed evolutivo, del manifestarsi nelle forme senzienti di ciò che qui chiamiamo “coscienza universale”, di cui tanto il lavoro interno quanto quello esterno fanno naturalmente parte.

      Gassho, carissimo, e grazie per avermi “costretto” a trovare almeno una possibile forma comunicativa e indicativa di esperienze che stanno ben oltre la rappresentazione verbale.

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