[SEGNAVIA]

ZAZEN
ovvero della rinuncia al frutto: a una meta, a un risultato

Essere qui e ora è assoluta rinuncia al frutto (a una meta, a un risultato), quindi è uno “stato di fatto” (conciliativo degli opposti: solido e fluido contemporaneamente) e non una decisione di rinuncia (questa infatti mira a un frutto: si rinuncia “per”…). Quando sei (“corpo e mente abbandonati”) veramente “qui e ora” sei in pace, “panoramicamente” cosciente ma “nonseparato”, nel “presente che avviene”: nulla di te si sta proiettando insoddisfatto verso qualcosa, verso altro, quindi verso un altrove di tempo e spazio. Questo è lo spazio della libertà, il senza tempo della nondualità, il suo tempo beato.

Se invece tenti ancora di essere qui ed ora, non lo sei realmente e ti stai proiettando verso un fittizio altrove. Di questa illusione bisogna presto tardi rendersi conto e provvedere come dopo dirò.

Il tentativo, comunque, pur votato all’insuccesso, può avere una sua indiretta risultanza: grazie alla percezione successiva della sua assurdità/inutilità, l’applicazione dello sforzo si può fermare di colpo – di fatto – senza alcun bisogno di una decisione. Quello è il momento, tautologicamente parlando, in cui essendo ferme le attività illusoriamente dualizzanti, la nondualità sempre presente, ma impercepita, non realizzata, si rivela, autosciente, nella coscienza relativa non più sperimentantesi come separata.

Poiché quasi mai ci si siede direttamente “qui e ora” in assoluta rinuncia del frutto, senza una benché minima, sottilissima tensione a un realizzare (“testa, corna e corpo sono già passati, perché la coda non riesce a passare?”(1)) si attraversa quasi inevitabilmente la fase dei “tentativi” appena descritta. E’ in questa fase che i mezzi abili della tradizione e dei maestri possono favorire “l’indiretta risultanza” dei tentativi.

Va da sé che la tensione al realizzare, quando è sottilissima, è difficile da avvertire – (più facile cullarsi nell’illusione di un qui e ora, che invece è ancora duale, quindi percorso da una tensione verso qualcosa) – e quando è avvertita viene sentita come una naturale attività della mente che non si riesce a eliminare; quindi come uno sbarramento irriducibile al semplice e non utilitario “just sitting”, all’opposto avvertito come un abisso vertiginoso, uno stato sfuggente e irrealizzabile. Semplificando: se si cade nel tentativo di eliminare tale sottile tensione realizzativa, ciò viene sentito impossibile; allo stesso modo se si cerca di passare allo stato di senza scopo, ciò viene sentito non realizzabile; così che l’inutile tentativo di eliminare tale tensione realizzativa, o bypassarla, fa ricadere il praticante in quanto già scritto in precedenza sui tentativi e sull’indiretta risultanza.

C’è però una strada maestra, alla quale prima accennavo quando parlavo di provvedere. È semplicemente questa: se si è nella dualità e si vuole passare alla nondualità si accoglie tutta la dualità, si rimane aperti a ogni manifestazione duale, si respira dentro ogni forma duale che sorge e tramonta e non si pensa più alla nondualità e alla sua ricerca. La nondualità non è più oggetto di pensiero, e se lo è lo si guarda, lo si respira come tutti gli oggetti e tutte le altre forme duali. Con attenzione, presenza mentale e serena consapevolezza, per non dire gioiosa, si è nelle forme che sorgono e tramontano, tensione realizzativa compresa e riconosciuta, tentativi di ogni tipo compresi, pensieri di essere arrivati, illuminati e realizzati inclusi, senza alcun desiderio di eliminare alcunché. Ciò che prima ogni volta era qualcosa sul quale prendere posizione, scegliere, preferire, eliminare, tenere, o un mezzo per “arrivare”, ora ogni volta è solo una forma della Realtà Originaria che si esprime come “presente che avviene”. Quale che sia il suono, il pensiero, il dolore e l’emozione, esso dimora nella presenza mentale, nella coscienza che l’avverte e la riconosce come parte di sé. Come può nascere la tensione a un altrove, la sensazione e quindi l’insofferenza per il tempo che non passa, durante lo zazen, se già ogni forma “canta la verità senza aggiunta alcuna” e senza alcuna sottrazione, proprio così come ci appare e ci trova meravigliosamente arresi in ciò? Se perfino quando accadesse (e accade) di pensare alla campana che non suona ci basta rimanere aperti, consapevoli, accoglienti, respirare pensiero e sensazione frustrante e vederli quasi a malincuore (sì, a malincuore) sfumare e sciogliersi?

Caso

Hui-K’o: “…maestro la mia mente è divisa”.
Bodhidharma: “Portami la tua mente”.
Hui-K’o: “Non riesco a trovarla”.
Bodhidharma: “Ho pacificato la tua mente”

Più nessun luogo da cui fuggire, più nessun luogo dove andare. Ogni direzione: lo stesso respiro. Ogni passo, ogni percorso la medesima ineffabile Realtà. Meraviglia! Questa mano levata: ora si chiude, ora si apre.

Note:

– I virgolettati in corsivo sono citazioni da Dogen, maestro zen giapponese del XIII secolo.

(1) Si tratta di un noto koan (problema non risolvibile con il ragionamento): Oso Hoen Zenji disse :” E’ come un bufalo d’acqua che attraversa una finestra. La testa, le corna e le quattro zampe sono tutte passate. Perché la coda non può passare? “.

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