Hiroshima, Nagasaki e la mente di guerra: quattro riflessioni sull’ordinaria alienazione – 1

Ogni volta e nel momento esatto
in cui riconosciamo un oggetto
con la nostra coscienza personale

si esercita la frattura, la separazione
nata con la stessa coscienza
personale,

dimentichiamo che questo oggetto
siamo noi, la nostra stessa Realtà,

perdiamo coscienza che noi siamo
la stessa Realtà dell’oggetto.

La coscienza di una forma avviene
come se fosse fuori noi.

In effetti un’onda non è un’altra onda,
ma sono la stessa acqua,
lo stesso mare.

Nella coscienza panoramica
l’unica Realtà si vive
in tutte le sue forme

anche in quella
della coscienza personale.

Vita e morte comprese.

La paura per “l’altro da sé”
è riconosciuta essa stessa
una parte di noi

giusto come parte di noi
è anche “l’altro da sé”

(che è ancora dimentico, magari,
proprio di ciò, quindi pauroso
e violento).

Il desiderio di possesso, l’avidità,
lo sfruttamento di esseri e cose,
lo spirito e l’azione incentrate
sull’avere per sé

non hanno allora più senso
e luogo.

È il principio della fine del male
e dei molti mali dell’Umanità.

L’errore è di considerare

L’errore è di considerare il nazifascismo
come un accidente della Storia, un’isola,
una parentesi chiusa

e non un portato di “qualcosa” che
da sempre alligna nella mente umana,
impregna il nostro vivere quotidiano

e che quando trova le condizioni si acuisce
torna ad affacciarsi nella Storia, con tutto
il suo carico distruttivo.

Questo qualcosa è il blocco psichico
che domina l’essere umano, la percezione
di un sé separato che determina
una percezione di divisione tra sé e il mondo.

Con il sé che si mette al centro e tutto il resto
in periferia, a un piano di valore inferiore
e subordinato al proprio tornaconto.

Tale percezione genera per un verso il desiderio di possedere
ciò che è già intimamente nostro, ma percepiamo
separato da noi, e ha così fascino se
sentiamo che ci dà piacere,
vita, potenza

(anche morte, nella disperata ricerca di riottenere
“questo intimamente nostro”, ma che non sappiamo
contattare, vivere, ritrovare.)

e dall’altro di annichilire la minaccia che questa realtà, percepita
come separata da noi, ma che ha una così grande
influenza su di noi, continuamente ci dà

per il solo fatto di essere vista come “altro”, vita “altra”
che potrebbe sommergere la nostra.

Non a caso la grande quota d’indifferenza
copre tutti gli aspetti della realtà che non ci danno
piacere-potenza o senso di minaccia.

Ne consegue una brama di possesso
che è nel contempo una necessità di controllo
della minaccia, per tacitare l’intima angoscia.

Questo universo di azioni e reazioni fobiche
che si rinforzano l’un l’altra raggiunge punti
di crisi e di esplosività di cui sono poi
piene le pagine dei libri di Storia.

È evidente allora che non esistono soluzioni stabili
a valle di questo blocco psichico, essendo
proprio tale blocco psichico il problema.

Non si spegne un incendio con la benzina
e con l’azione dell’incendiario.

Serve, quindi, la prima autoconsapevolezza
della presenza di questo blocco
e di esserne l’espressione
in ogni gesto, in ogni

pensiero e sensazione.

Serve, poi, lavorare su tale blocco, superare
la percezione separata delle cose,

la percezione separata di un sé, la percezione
individuale e arroccata dell’esistenza.

Necessariamente partendo da sé e offrendo
a tutti la possibilità.

Ma più che raggiungere qualcosa

il risveglio è vivere la nostra Realtà
eternamente manifesta
qui e ora.

Lo slancio d’amore è un suo precursore
L’amore ritrovato ne è la sua espressione.

Naturale è che lungo questo percorso
ogni atto contro l’umanità

non può attendere il superamento
del blocco psichico, per essere affrontato.

Il voto responsabile, l’attività sociale e politica
il volontariato, l’azione contro le disuguaglianze,
le violenze e le ingiustizie saranno allora

l’aspetto visibile, l’anima sociale, il riflesso
esterno del lavoro su di sé

che nel nostro caso si chiama zazen,

ma che ognuno può fare con gli “strumenti”
o con le “vie”, laici o religiosi, che gli
sono propri.

Trovo impossibile, in particolare,
che un movimento politico di reale cambiamento
non si occupi pubblicamente

e non solo nel recinto del privato,

come parte integrante della propria azione,
di quell’azione così concreta

che è il lavoro su di sé,
caposaldo e scaturigine di ogni azione
sociale e politica.

Lo sguardo

Lo sguardo truce allo straniero
la guardia in casa al nemico

tutto facciamo per far scorrere
latte e miele

anche sedersi per meditare

perfino proclamare amore
e uguaglianza

ma servi del nostro io monarca
le nostre vacche contiamo a sera

annegati nelle moltitudini
orfani restiamo nella piazza.

GIUGNO

   Eccesso chiama eccesso. Dopo mesi di siccità, ecco un aprile e un maggio gelidi di nubifragi e grandine che hanno riempito serbatoi, fiumi e laghi, ma rallentato seminagioni, verde e messi. Poi il giugno più secco e bollente a memoria d’uomo su queste montagne, nel Paese, in Europa e in giro per il mondo. Trentanove gradi all’ombra su questo valico sotto i mille metri e niente pioggia, vuol dire una cottura lenta dell’erba, che infatti stenta. Rigogliosa sul pendio rivolto a nord e protetta dalla siepe, spenta e giallastra su tutti i dossi esposti al sole. Rada e irsuta, alternata a macchie aride nel resto di quello che era il prato smeraldino raccontato nelle cronache autunnali e primaverili. Ai tre sfalci che in giugno, nelle stagioni umide, avevamo già cumulato, se ne contrappone uno solo tra la fine di maggio e l’inizio di questo mese. Il surriscaldamento si tocca con mano anche nelle notti afose, con i lucernari e le finestre spalancate, dove solo il refrigerio di un refolo d’aria fresca giunge dai boschi, insieme al lontano latrare di un cane.

   Spicca il verde dell’orto, bagnato con l’acqua misurata delle cisterne. In un mese, solo un temporale intenso, ma isolato, accolto danzando nell’erba. Tutto sta crescendo, grato dell’innaffio che giunge alle prime ombre del crepuscolo o alle prime luci dell’alba. Le zucche spontanee, ancora una volta, hanno foglie enormi e una crescita sorprendente. Sanno dove spuntare. Pomodori e zucchine ci hanno già regalato le loro primizie. I cetrioli, pur molto abili a nascondersi sono stati scovati da Anna ed affettati nell’insalata croccante della colla vicino a casa.

   La rucola è già alla seconda produzione. Le patate stanno per fiorire, le verze s’allargano sotto il sole e nella propria ombra. I porri, impettiti, stanno cumulando anelli e fusto. Sedani, carotine e prezzemolo svettano e verdeggiano. Piselli, fagioli e fagiolini sono ormai un intrico attorcigliato alle reti e ai pali di sostegno. Fa da contrasto la piccola valeriana e il profumato basilico con il gigantesco radicchio a cespi, involuto nelle sue spire. Su tutto vegliano un alberello di ginepro che abbiamo raccolto da terra e dotato di un sostegno, un melo nano che ha deciso di produrre proprio l’anno che ho usato la motosega per ridurlo, il pruno con i pochi frutti scampati alla tempesta, prima che Anna intessesse la sua ragnatela di reti antigrandine. Ma il cuore dell’orto è la piantagione di fragole rifiorenti curata da Anna nella bella stagione e difesa in inverno contro il gelo intenso della montagna. Sono le fragole sorelline di bosco negli interspazi non coltivati. Sono i lamponi che crescono allo stato brado e occhieggiano ai margini del recinto. Sono le more e il ribes allineati sul sentiero che porta a casa.

   Frutti succosi, dolci e aromatici alcuni, aciduli altri, ma tutti puntuali nella macedonia colorata di stagione che riempie la ceramica d’arte a centro tavola e ancora attende un pittore che ne colga l’anima, non bastando una fotografia e tante bocche che la gustano.

   Sì, “che tempi sono questi, nei quali anche solo parlare di alberi sembra un delitto”…

   Dietro il casolare, però affacciato al sentiero pubblico, dove regnava un caos di pietre, massi e rovi, ma anche un principio di giardinetto tra le rocce certosinamente creato da Anna, fanno ora bellezza allo sguardo del residente e del viandante tre gradini in pietra e un corto vialetto in porfido che contornano il giardinetto e lo mettono in squisito risalto. Anna aggiunge periodicamente altre essenze negli interstizi terrosi, tra nude pietre e rocce muschiate, emendando il suolo con terriccio scelto nel cavo umido degli alberi andati. Era il nostro passaggio a nord-ovest e l’abbiamo trovato. Ora da lì si accede al lato nascosto dell’eremo, adiacente al bosco, e si può girare tutto intorno alla costruzione, senza interruzioni. Si può agevolmente falciare e tenere pulito, lavorare al tetto in caso di necessità, arrivare facilmente alla baracca dell’acqua e tenere lontana l’acqua di superficie dai muri della casa. Fare ordine a misura d’uomo nel caos senza alterare il senso di questo angolo scivoloso, dove il piede non trovava appoggi sicuri e nessuna regolarità pareva possibile si è rivelato più difficile per la mente che per la mano. Sono dovuto entrare in profondità nello spirito di quel piccolo caos di poche spanne, per riuscire a trovarne alla fine una chiave.

   Il nostro decimo e ultimo ritiro di pratica zen, per questa stagione, iniziata a settembre e terminata in questo mese, è stato il più esteso. Abbiamo raggiunto l’eremo ancora venerdì sera. Alle 4 c’è stata la levata, nella brezza dei boschi e nel silenzio della montagna. Ci siamo immersi nello zazen e nel kinin nel buio, solo rischiarato dalle stelle, finché il chiarore dell’alba e lo strillo insistito di un piccolo picchio, sono giunti a noi.

vecchio ciliegio
nel cavo strilla al cibo
un picchio implume

   Con un piccolo di picchio erano iniziate le cronache nell’estate di due anni fa (vedere alla pagina HAIKU il primo testo in senso cronologico). Con un piccolo di picchio che ha strillato da mane a sera, dallo stesso nido, dello stesso ciliegio, forse il primo rampollo di quello che fattosi grande volò via, chiudiamo il ciclo dei dodici mesi e ci fermiamo.

   Mentre sto scrivendo, primi giorni di luglio, anche questo piccolo ha spiccato il volo ed è andato, regalandoci come koan le parole di quel maestro zen, Ma-tsu, che ci chiede: “come può essere volato via?”.

Nessun luogo da cui partire
Nessun luogo dove andare

   Che volete, la libertà di una piccola comunità laica o religiosa che si alza in unità d’intenti prima dell’alba, pratica meditazione fino a sera, anche per più giorni, a beneficio proprio e di tutti e poi torna a casa, alla propria vita quotidiana, alle responsabilità personali, familiari, civili, nel corpo fisico di una più vasta comunità, nessuno escluso – nessuno escluso! – è qualcosa di impagabile.

cinque nel dojo
due merli sulla siepe
che manca all’Uno?

Riceviamo e diffondiamo

FINANZIO LA NONVIOLENZA DELLA SEA WATCH

Davanti ad una situazione di emergenza, Carola Rackete, la Capitana della Sea Watch, ha fatto bene ad agire per necessità, anche se questo comporta la violazione di leggi, in tal caso ritenute ingiuste. La difesa ed il rispetto della vita umana sono principi universali, che rispondono ad una legge superiore, e vengono prima di qualsiasi altra legge umana.
Sostengo perciò l’azione nonviolenta di disobbedienza civile messa in atto. Non solo, voglio esserne partecipe, come esempio di ciò che va fatto in questi frangenti: la vita prima della legge.
Ho quindi partecipato al finanziamento di questa azione umanitaria.
La Sea-Watch merita sostegno contro una legge ingiusta e disumana. I contributi possono essere versati sul seguente conto bancario:
IBAN: DE77 1002 0500 0002 0222 88
BIC: BFSWDE33BER
Banca di riferimento: Bank für Sozialwirtschaft Berlin

Mao Valpiana
presidente del
Movimento Nonviolento

Verona, 26 giugno 2019

https://nonviolenti.org/cms/finanzio-la-nonviolenza-della-sea-watch/

Bisogna intendersi sull’umiltà

 

Bisogna intendersi sull’umiltà.
Semplicemente tutto ciò che noi siamo
non siamo noi, ma il Reale.

Ah, meravigliosa e insondabile Realtà:
queste parole, chi scrive, chi legge…

E “quando il Reale è lasciato
a Sé Stesso, non vi è nulla
di falso”.

Ogni presunta aggiunta o sottrazione
viene dall’illusione che qualcosa sia nostro,

dall’illusione di essere entità separate

come onde mutevoli che si pensano “io”
dicono “mio”, e non sanno d’essere Oceano.

Perfino l’illusione
è solo il Reale:

ma chi la vive e la crede vera
non lo riconosce.

Maggio

   Si fa presto a dire eremo, come se l’isolamento fosse un fiore all’occhiello, un segno di distinzione, una sussiegosa prerogativa di separazione dal mondo, ma il mese comincia con la festa del lavoro e dei lavoratori ed è proprio in questi posti che rimangono le vestigia del lavoro più duro, le memorie dei lavoratori, montanari, contadini e carbonai, che per secoli hanno consumato schiena e pane sui nostri tratturi, su ogni pendio terrazzabile, dissodabile, coltivabile, trasformabile in spiazzo circolare sul quale edificare la catasta di legna da carbonare. Raccontano ancora i vecchi testimoni che da tutta la Valvestino salivano colonne di fumo delle carbonaie. I sacchi di carbone, poi, su carri trainati da buoi percorrevano la valle e risalivano faticosamente per questo valico, dove passava la vecchia strada comunale che scendeva verso  l’alto e medio Garda. Dove ora c’è un bosco lasciato ai tronchi caduti o tagliati e abbandonati insieme alle plastiche di un lavoro alienato e senz’anima, crescevano piccoli campi di granturco, segàboi, prati magri, pascoli. I bambini correvano da una parte all’altra della valle, da un fienile all’altro, da un terreno ad un’erta per portare pane e companatico ai padri, ai fratelli maggiori, ai nonni.

    Con un po’ di legna in spalla e una semplice cartella guadavano torrenti e risalivano pendii, anche un’ora di cammino per recarsi a scuola. Le donne a rastrellare sui fianchi scoscesi, la cucina, la stalla, la casa, il bucato, le maternità, i rammendi, un lavoro che non finiva mai.

    Ora le cose sono cambiate proprio grazie al lavoro dell’uomo. Le colonne di fumo, magari, si sono trasferite dalle carbonaie alle fonderie delle valli contigue, ma è innegabile che l’evoluzione s’è portata via la fatica agra, la miseria diffusa, le malattie endemiche. È quindi bene che si sappia cos’è un eremo come il nostro: un territorio fisico e spirituale immerso nel territorio del tempo della più vasta umanità che lo abita, lo lavora e interagisce con l’umanità ancora più vasta del mondo intero. Ieri come oggi – anche se sempre pochi per scelta e in migratorio calo per tradizione – e da esso trae libertà, ispirazione e giusto sostentamento. La quintessenza del primo maggio.

    Stavolta è il cane di un altro, relativamente parlando, “vicino” ad averci fatto visita, ululando lamentosamente. Si è fermato giù sulla strada sterrata, dove precipita il pendio del podere ed è rimasto immobile a guardarci, rivolgendoci quella nota prolungata di afflizione. Poi ha risalito la china e si è rifermato a pochi passi, mai cessando di guaire. Era un verso ancestrale su questa antica terra di “luparia”, lupi appunto.
Preoccupati ci siamo chiesti se qualcuno: il vicino, il cane stesso, stesse male, ma nessuna macchina o altro segno indicava una presenza umana e per quanto riguarda il cane, lentamente si è voltato e se n’è tornato a casa. In silenzio.

   Dopo poche ore, mentre uscivamo dalla montagna, una bufera di grandine ha investito la provinciale che dalle terre alte riporta in basso alla strada gardesana occidentale. Le frazioni montane imbiancate, come nemmeno a Natale, sembravano barricate sotto i colpi e le sferze dei chicchi di ghiaccio. Dieci centimetri buoni ingombravano tratti di strada ruscellante. Nonostante la trazione integrale andavamo a passo d’uomo seguiti da altre vetture che s’erano accodate. Piante da frutto e orti, diversamente da noi qui già in produzione, essendo affacciati sul termosifone del Garda, venivano straziate le prime e sepolti sotto il ghiaccio i secondi. Solo sulle rive della grande acqua la furia si è calmata.

   Con spatola e pennello, fuga dopo fuga, tra una pietra e l’altra il muretto è finito. E già l’occhio si volge attorno per il prossimo lavoro. Siamo coscienti che non sarà mai finita: finiremo noi, ma non i lavori. E basterebbero pochi mesi, come scrivemmo in esordio di Eremo di mezzo, perché la selva ritorni a ricoprire le nostre tracce. A che pro, dunque? Rileggete “Ottobre” e avrete un indizio.

   Nell’orto Anna ha finito le prime seminagioni, teso ovunque le reti antigrandine e sistemati i fiori attorno all’eremo. A tempo perso ha curato la casa, la cucina, gli abiti da lavoro e il suo uomo. Come sopra, il lavoro di una donna non finisce mai. In compenso, spesso è più oscuro e meno riconosciuto. Ma quando sediamo in zazen non c’è più maschio, non c’è più femmina.

   Stavolta i due giorni di zazen intensivo sono iniziati dopo un nubifragio, proseguiti con alternanza di nuvole e sole e terminati con squarci di sereno. Appena arrivati abbiamo preso vaschetta e catino e li abbiamo messi sotto la gocce che cadevano dal lucernario ostruito dalle foglie e “lavorato” dai nostri amici ghiri, ospiti irriducibili del tetto, nonostante le nostre ripetute campagne di dissuasione. Le loro gallerie nell’isolante del sottotetto sono un capolavoro di equilibrio e d’ingegneria. Si cammina sulle tegole per la pulizia periodica dalle foglie, come se sotto tutto fosse compatto e non il regno di gruviera dei roditori. Il vecchio Nino ci ha rivelato il suo modo di liberarsene: mangiarli. Alle nostre rimostranze ha spalancato gli occhi e ha candidamente aggiunto: “ma perché?! Sono dolci, sono buoni eh!”

   Ora, se uno non ha mai praticato con lo stillicidio di una goccia che cade dal tetto, in troppo lenta, impercettibile regressione, “soffre di un grave caso di verginità”, tanto per citare Osborne di Ricorda con rabbia (anche se lui si riferiva ovviamente a un’esperienza ben più drammatica). Prima della riparazione – prontamente eseguita in giornata –  o la pratica è anche la goccia, come pure lo spazio senza tempo fra una goccia e l’altra, oppure la goccia, che certo non si farà scordare, se non a tratti, nemmeno persi in qualche illusoria distrazione, ti martellerà implacabile tenendoti fuori dalla pratica, e tenendoti in attesa della successiva. Il che a ben vedere è un’altra forma di pratica.

Tre meditanti
una goccia dal tetto
quattro nel dojo

 

   Una nostra amica ci ha scritto di andarla a trovare. così un pomeriggio abbiamo imboccato l’autostrada delle nostre ferie, che scavalca il Po, risale gli Appennini e trova un primo approdo in Lunigiana, al mare della Liguria e della Toscana. Stavolta, però abbiamo percorso la verde bassa bresciana, intensa di campi e vastissimi cieli verso l’hospice di una persona aggredita dal tumore e in plurimetastasi. L’abbraccio è stato intenso e caloroso. Parole e silenzi bene accolti, senza ombra di imbarazzi. Tutto era così evidente e vero. Le abbiamo regalato il libro Cinque Inviti di Ostaseski, ma alla fine è toccato a noi ringraziare, per l’umanità della persona e il sorriso dell’amica. Altro non voglio dire. La retorica è bandita.

 

Va bene

Va bene, il fascismo è morto e sepolto.
D’accordo il contesto è diverso
e non si possono usare

disinvoltamente categorie 
che sono storiche.

Vorrà dire che è un altro fascismo
una cosa così nuova da fare
cose vecchie, con l’aria
d’esser prime

ché la violenza e l’intolleranza
sono a sé stesse sempre 
uguali.