L’errore è di considerare

L’errore è di considerare il nazifascismo
come un accidente della Storia, un’isola,
una parentesi chiusa

e non un portato di “qualcosa” che
da sempre alligna nella mente umana,
impregna il nostro vivere quotidiano

e che quando trova le condizioni si acuisce
torna ad affacciarsi nella Storia, con tutto
il suo carico distruttivo.

Questo qualcosa è il blocco psichico
che domina l’essere umano, la percezione
di un sé separato che determina
una percezione di divisione tra sé e il mondo.

Con il sé che si mette al centro e tutto il resto
in periferia, a un piano di valore inferiore
e subordinato al proprio tornaconto.

Tale percezione genera per un verso il desiderio di possedere
ciò che è già intimamente nostro, ma percepiamo
separato da noi, e ha così fascino se
sentiamo che ci dà piacere,
vita, potenza

(anche morte, nella disperata ricerca di riottenere
“questo intimamente nostro”, ma che non sappiamo
contattare, vivere, ritrovare.)

e dall’altro di annichilire la minaccia che questa realtà, percepita
come separata da noi, ma che ha una così grande
influenza su di noi, continuamente ci dà

per il solo fatto di essere vista come “altro”, vita “altra”
che potrebbe sommergere la nostra.

Non a caso la grande quota d’indifferenza
copre tutti gli aspetti della realtà che non ci danno
piacere-potenza o senso di minaccia.

Ne consegue una brama di possesso
che è nel contempo una necessità di controllo
della minaccia, per tacitare l’intima angoscia.

Questo universo di azioni e reazioni fobiche
che si rinforzano l’un l’altra raggiunge punti
di crisi e di esplosività di cui sono poi
piene le pagine dei libri di Storia.

È evidente allora che non esistono soluzioni stabili
a valle di questo blocco psichico, essendo
proprio tale blocco psichico il problema.

Non si spegne un incendio con la benzina
e con l’azione dell’incendiario.

Serve, quindi, la prima autoconsapevolezza
della presenza di questo blocco
e di esserne l’espressione
in ogni gesto, in ogni

pensiero e sensazione.

Serve, poi, lavorare su tale blocco, superare
la percezione separata delle cose,

la percezione separata di un sé, la percezione
individuale e arroccata dell’esistenza.

Necessariamente partendo da sé e offrendo
a tutti la possibilità.

Ma più che raggiungere qualcosa

il risveglio è vivere la nostra Realtà
eternamente manifesta
qui e ora.

Lo slancio d’amore è un suo precursore
L’amore ritrovato ne è la sua espressione.

Naturale è che lungo questo percorso
ogni atto contro l’umanità

non può attendere il superamento
del blocco psichico, per essere affrontato.

Il voto responsabile, l’attività sociale e politica
il volontariato, l’azione contro le disuguaglianze,
le violenze e le ingiustizie saranno allora

l’aspetto visibile, l’anima sociale, il riflesso
esterno del lavoro su di sé

che nel nostro caso si chiama zazen,

ma che ognuno può fare con gli “strumenti”
o con le “vie”, laici o religiosi, che gli
sono propri.

Trovo impossibile, in particolare,
che un movimento politico di reale cambiamento
non si occupi pubblicamente

e non solo nel recinto del privato,

come parte integrante della propria azione,
di quell’azione così concreta

che è il lavoro su di sé,
caposaldo e scaturigine di ogni azione
sociale e politica.

3 pensieri riguardo “L’errore è di considerare

  1. Anni fa ho letto “Fuga dalla libertà” di Erich Fromm, uno dei libri più illuminanti che abbia letto, dove venivano spiegate benissimo le ragioni sociali e psicologiche che innescano i vari meccanismi di fuga dalla libertà, incluso il fenomeno del nazifascismo. E’ anche interessante notare come, storicamente, sia proprio durante le crisi economiche più gravi che si crea il terreno fertile per svolte a destra (più o meno radicali), questo anche per le difficoltà politiche – più che tecniche – nel perseguire e mantenere la piena occupazione (“Aspetti politici del pieno impiego” di Kalecki è un articolo sempre attuale e di grandissima profondità).
    Vedo difficile che un movimento politico possa occuparsi pubblicamente del “lavoro su di sè” come parte integrante del proprio programma (se, “laicamente”, pensiamo che il fine della politica non possa essere quello di creare un “paradiso in terra” ma una società un po’ più libera ed equa), ma certamente potrebbe promuoverlo in vari modi almeno dal punto di vista culturale. Uno potrebbe essere ad es. l’introduzione di corsi di meditazione e/o di mindfulness nelle scuole (non mancano sperimentazioni di questo tipo che hanno portato ottimi risultati, anche nei penitenziari)…

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    1. Grazie per il contributo, Andrea; ma qui non si tratta di leggere un ottimo – e pure assai raccomandabile – libro o di creare il paradiso in terra, bensì di realizzare una dimensione di consapevolezza e di principio di realtà che contrasti la tendenza dei fascismi mentali a creare inferni e materialismi (la “pesanteur” di Simone Weil), per proprio tornaconto e ignavia. Si tratta cioè del funzionamento della mente, di non lasciare che questa sia asservita a una illusoria percezione delle cose, figlia di un io da una parte vittimista e dall’altra rapace. Come si dice a Napoli, un io che “chiagne e fotte”.

      Come ci sono stanze della meditazione nelle aziende, più o meno asservite alle logiche aziendali, sarebbe bene ci fossero spazi di meditazione, a nulla asserviti, non solo nelle scuole e nelle carceri, ma anche nelle case, nelle biblioteche, nei luoghi dove si vive e si lotta, in quelle sedi di gruppi, associazioni e movimenti che vogliano fare del lavoro sulla mente, dell’ampliamento dell’area di coscienza, un momento fondativo della loro azione.

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      1. Certo, avevo colto il punto centrale. In società “malate”, sono sempre delle minoranze a spingere per dei salti evolutivi. Cambiano le epoche e le società, tra passi avanti e passi indietro, ma il meccanismo di fondo che descrivi è rimasto quello per millenni (ovviamente ci sono dentro anch’io). Forse la differenza è che oggi viaggiamo molto concretamente verso l’autodistruzione causata dal collasso ambientale…

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