È tipico dell’io, che sente in sé
la propria innata fragilità, cercare
di afferrarsi a qualcosa di solido.
Ma non c’è niente di solido
al quale afferrarsi, tutto è
impermanente.
Ed è proprio il non afferrarsi
a qualcosa di solido,
“sopra la testa non un tetto
sotto i piedi non un palmo di terra”
a essere il solido, l’Immobile
che è il movimento stesso.
Ed è ancora tipico dell’io
plasmare il divino a propria
immagine e desiderio:
un affrescato signore con la barba bianca
una bellezza composta e radiosa
e poi ergersene a paladini,
autoproclamarsi suoi autentici interpreti:
“Dio è con noi!”
(mai con gli “altri”)
Salvo magari iniziare a perdere la fede,
irritarsi e piagnucolare
perché siffatta divinità resta assente,
ai nostri dolori sorda e muta.